Cannes, la parabola di Maradona
un mito tra luci e ombre

Un'immagine del film "Diego Maradona"
di Gloria Satta
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Martedì 21 Maggio 2019, 08:20

Oggi passa in concorso Once Upon A Time In Hollywood di Quentin Tarantino, il film più atteso di questo 72mo Festival. E nel clima già surriscaldato della Croisette, il regista (avvistato con la moglie Daniella a cena al Carlton, in camicia a scacchi da agricoltore in mezzo a smoking e abiti da sera) sui social scongiura gli spettatori dell’anteprima di non ”spoilerare”, cioè non spifferare la trama quattro mesi prima dell’uscita, prevista il 19 settembre. «Sono eccitato all’idea di essere a Cannes», ha postato Quentin. «La troupe e io abbiamo lavorato duramente per creare qualcosa di originale e chiedo a tutti di non rivelare ai futuri spettatori cose che potrebbero rovinare la loro scoperta».
ASCESA E DECLINO.In attesa di Tarantino e del suo supercast (Brad Pitt, Leonardo DiCaprio, Margot Robbie), la scena del Festival è stata tutta di Diego Maradona, un personaggio ”larger than life” più grande della vita che fa parlare di sé anche quando non è fisicamente presente. L’ex Pibe de Oro, 58 anni, oggi vive in Messico allenando una squadra di serie B, sta per operarsi a una spalla e non ha dunque accompagnato a Cannes l’avvincente documentario Diego Maradona a lui dedicato e presentato fuori concorso dal regista Asif Kapadia, premio Oscar per Amy.
SAN GENNARO. In compenso ha parlato di lui, e tanto, il film (nelle sale il 23 settembre) che attraverso filmati, i momenti salienti delle storiche partite, testimonianze e commenti ripercorre i sette anni napoletani del fuoriclasse argentino. Dal 1984, l’anno dell’ingaggio stellare da parte del Napoli, al declino: in mezzo i trionfi come i due scudetti conquistati dalla squadra, la Coppa Italia, la Coppa Uefa, la Supercoppa, il delirio dei tifosi, ma anche la dipendenza dalla cocaina, l’amicizia con i camorristi, la squalifica, la partenza. In una parola, la storia di un uomo nato in una favela poverissima, diventato l’idolo del mondo intero, poi stritolato dalle proprie debolezze e rinnegato perfino dai napoletani che l’avevano considerato un semidio, arrivando a trafugare il suo sangue per metterlo accanto a quello di San Gennaro.
MITO A DUE FACCE. «Per realizzare il film, ho visionato 500 ore di materiali e ho poi scelto di mettere a fuoco il periodo napoletano perché riassume la parabola del protagonista, un mito a due facce: Diego, cioè il ragazzo tutto calcio e famiglia, e Maradona che ha dovuto fare i conti con propria immagine pubblica», spiega Apadia, 47, inglese. «Ho inseguito l’ex campione attraverso mezzo mondo: a Dubai, in Russia, in Colombia, in Argentina, in Messico. La sfida più grande è stata proprio incontrarlo per farmi raccontare la sua storia: mi dava un appuntamento e poi ci ripensava. Ho dovuto avere pazienza per cogliere i momenti in cui era di buon umore e diventava l’uomo più affascinante e comunicativo del mondo». Maradona ha visto il film? «Non ancora e vorrei che lo vedesse da solo: è una ricostruzione molto dura della sua vita, non gli abbiamo fatto sconti».
PATERNITÀ RIFIUTATA. Il documentario parla anche di Diego Armando jr, nato nel 1986 dalla relazione del calciatore con una ragazza napoletana e riconosciuto solo nel 2007: «Quel figlio ha rappresentato un cataclisma nella vita di Maradona», rivela Fernando Signorini, ex preparatore atletico del campione, «gli ci sono voluti più di 20 anni per accettarlo». Anche Emir Kusturica, nel 2008, dedicò al Pibe de Oro un documentario: Maradona di Kusturica. «L’ho visto solo alla fine delle riprese del mio che sceglie un punto di vista diverso», spiega il regista. Quale? «Raccontare l’uomo in tutta la sua complessità». Lati oscuri compresi: «Sono proprio quelli», conclude Signorini, «che ci portano a parlare ancora di lui. Se Diego avesse rigato dritto come Michel Platini, la sua storia non appassionerebbe nessuno».

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