Big Hero 6, un robot per amico nel bel film Disney/Pixar

Big Hero 6, un robot per amico nel bel film Disney/Pixar
di Fabio Ferzetti
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Martedì 16 Dicembre 2014, 21:09

Nel 2015, sembra incredibile Toy Story compie ,vent’anni. Nel frattempo l’animazione al computer ha creato una dimensione parallela che segue leggi proprie. E da quando la Disney ha assorbito la Pixar, mentre il cinema dal vero invadeva il campo dei comics dando fondo a tutti gli eroi più o meno super su piazza, le carte si sono rimescolate al punto che ormai tutto è possibile. Perfino che la Pixar trasformi un fumetto minore della Marvel in un cartoon molto disneyano come questo Big Hero 6 (da giovedì in sala). Anche se modernizzato dalla spregiudicatezza tipica della casa di John Lasseter, tanto da meritare un fragoroso successo mondiale.

Naturalmente queste ibridazioni non sono di per sé un miglioramento. Molti rimpiangono, non a torto, il coraggio e la libertà della Pixar prima maniera, quella di capolavori come Toy Story, appunto, Ratatouille o Wall-E. Ma oggi, sul piano estetico come su quello societario, la parola d’ordine è una sola: fusione. In questo senso Big Hero 6 è quasi un film-manifesto. La nuova animazione punta agli spettatori di tutte le età in tutti i continenti, Asia in testa ovviamente.

Ed ecco il piccolo protagonista di Big Hero 6, un genietto della robotica nippo-americano battezzato Hiro Hamada. Ecco che la città in cui vive questo enfant prodige si chiama San Fransokyo, incrocio fantastico tra Tokyo e San Francisco, con tanto di Tower Bridge “nipponizzato” e di echi manga nel disegno di personaggi e sfondi, con citazioni da cult made in Japan come Akira e Ghost in the Shell (ma c’è anche un omaggio alla Cappella Sistina, la febbre del fusion non ha confini).

Ecco, infine, che la storia prende corpo, è il caso di dire, intorno a un robot-infermiere morbido e accogliente che è un capolavoro di fusione culturale e funzionale. Un po’ orsacchiotto, un po’ omino Michelin, un po’ fratello maggiore destinato ad accompagnare Hiro nella crescita (e a sostituire da un certo punto in poi il suo Vero fratello maggiore, qui i più piccoli possono impressionarsi un po’), il candido Baymax è stato progettato per assistere i malati, proprio come i robot-infermieri a cui oggi si lavora in Giappone, anche se l’idea di celare il suo solido scheletro dentro una struttura gonfiabile viene dalle ricerche di soft robotics della Carnegie Mellon University.

Ma neanche gli automi più evoluti decidono il proprio destino. E il premuroso Baymax, che non perde occasione di evocare la prima legge della robotica di Asimov (nessun robot farà del male a un essere umano), sarà costretto dalle circostanze a trasformarsi in una specie di Iron Man al servizio di Hiro e della sua banda di studenti in lotta contro il misterioso cattivo che ha rubato al genietto la sua garnde invenzione: uno sciame di microrobot capaci di assumere infinite forme, non tutte pacifiche.

E se qui tornano in mente Matrix e l’ultimo Terminator, è che anche i bambini hanno diritto alla loro porzione di paura. Ma non può esserci paura, in un film Disney, se non temperata da una dose ancora più massiccia di meraviglia. Di qui un tripudio di trovate visive che giustificherebbero da sole non una ma più visioni. Dai voli di Hiro sopra la città alle mille sorprese riservate dalla sua banda, dal modo con cui Baymax costringe Hiro a scegliere tra lutto e vendetta, allo strabiliante tunnel del teletrasporto (marameo Interstellar). Disney o meno, la Pixar è ancora la Pixar.

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