Banderas premiato a Cannes:
"Aspettavo questa gioia da 40 anni"

Domenica 26 Maggio 2019 di Gloria Satta
Antonio Banderas a Cannes
«Questa è una notte magica. E’ la mia notte». Un’ovazione ha accolto Antonio Banderas mentre riceveva il premio. Per trionfare a Cannes, l’attore, 58 anni, doveva tornare in Europa dopo vent’anni di carriera hollywoodiana e lavorare nuovamente con Pedro Almodòvar, il regista che lo aveva lanciato negli ’80. Dolor y Gloria è l’ottavo film che riunisce il regista spagnolo e Antonio.
Come si sente?
«Salire su quel palco npn è stata una buona noyizia per il mio cardiologo (ha avuto un infarto due anni fa, ndr)».
Se lo aspettava, il premio?
«L’ho detto dietro le quinte a Thierry Frémaux, il delegato generale del Festival: erano 40 anni che lo aspettavo».
A chi dedica la vittoria?
«Sicuramente a Pedro, che da un quarantennio è il mio regista, il mio amico, il mio mentore. Gli voglio bene, lo ammiro e lo rispetto. Insieme ne abbiamo passate tante. Abbiamo sofferto, affrontato dei sacrifici, ottenuto dei successi. E il meglio, sono sicuro, deve ancora venire».
Che effetto le fa vincere con un film in cui interpreta lo stesso Almodòvar?
«Non è un mistero per nessuno che dietro il personaggio di Salvador Mallo si nasconde proprio Pedro, che si è messo a nudo come non aveva mai fatto prima. In questo film abbiamo riversatoo tutto ciò che abbiamo: non soltanto noi stessi, ma la storia del nostro Paese».
Il suo personaggio fa uso di eroina. E la sua dipendenza qual è?
«Ritrovare me stesso dopo l’infarto che mi colpì due anni fa. Ma il film parla soprattutto di riconciliazione. Bisogna fare pace con gli spazi della nostra vita rimasti vuoti che riguardano le persone che amiamo, la famiglia, il cinema. Per questo il pubblico si rispecchia nella storia che abbiamo raccontato. Tutti hanno provato dolore».
Com’è riuscito a calarsi nei panni di Almodòvar?
«Ho dovuto uccidere Antonio Banderas. Intendo dire che ho dovuto rinunciare ad alcune caratterristiche della mia recitazione: ma l’avevo capito già 9 anni fa quando, dopo 22 anni di lontananza, tornai a girare con Pedro La pelle che abito. Non a caso sul set ci sono stati conflitti».
Come ricorda i primi anni della vostra collaborazione?
«Quando abbiamo iniziato a lavorare insieme, venivamo dagli anni bui della dittatura. E il cinema di Pedro ha rappresentato il cambiamento, la libertà, la voglia di esprimersi, trasgredire».
Per un ventennio lei ha vissuto e lavorato in America, ora abita a Londra. Non ha voglia di tornare a Hollywood?
«Le cose sono molto cambiate rispetto a 25 anni fa, quando lasciai la Spagna e misi per la prima volta piede negli Stati Uniti. Oggi ci sono molte forme di produzione e di fruizione dei film, come le piattaforme digitali. Per gli attori c’è più lavoro, ma le sale vanno difese, vedere i film tutti insieme è un atto sociale irrinunciabile».
Ricorda il primo film che ha visto e le ha dato la voglia di fare l’attore?
«Era Zorro, io avevo sei anni e abitavo nella mia città, Malaga. Poi, con papà, andai a vedere Ventimila leghe sotto i mari, Oliver appassionandomi al cinema. E pensare che, se non mi fossi rotto un piede da ragazzo, avrei fatto il calciatore». Ultimo aggiornamento: 08:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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