A Venezia "The Look of Silence": l’Indonesia dei boia
e le voci del genocidio

Venerdì 29 Agosto 2014 di Fabio Ferzetti
L’imperturbabile Adi fa uno strano lavoro. Batte le campagne del suo paese, un paese tropicale e lussureggiante, con una valigia in cui tiene gli attrezzi necessari a far vedere meglio la gente. Loro si siedono e lui gli mette sulla faccia certi strani occhialoni colorati, cambia una lente, ne aggiunge un’altra, poi chiede al paziente di turno come ci vede.

La cosa curiosa è che facendo il suo lavoro questo oculista ambulante finisce per riacquistare la vista in prima persona. E farla riacquistare anche a noi che lo stiamo a guardare. Anche se quel che vediamo non lo vediamo davvero perché non si può più vedere. Si può solo sentire, o tentare di immaginare. Per riuscirci però bisogna lasciarsi trasportare in un mondo inesplorato. Un mondo in cui gli assassini sono al potere mentre delle vittime, un milione di persone, si è cancellato perfino il ricordo. Nel mondo creato da The Look of Silence di Joshua Oppenheimer, infatti, i parenti delle vittime se ne vanno in giro a chiedere agli assassini di raccontare le loro gesta. E loro lo fanno volentieri, a volte innervosendosi un po’ ma più spesso divertendosi, tanto nell’Indonesia della dittatura militare hanno vinto loro e nessuno in cinquant’anni è mai andato a chiedergli niente.



Dunque raccontano. Raccontano come hanno ucciso migliaia di persone, perché è un lavoraccio e bisogna saperlo fare. Raccontano che una nuca spezzata non fa rumore ma una gola tagliata ne fa un sacco. Raccontano perfino, all’impassibile Adi, che inghiotte collera e orrore con calma tutta orientale, come hanno trucidato suo fratello, in due riprese, perché la prima volta era miracolosamente sopravvissuto e sono tornati a cercarlo dicendo che lo portavano in ospedale. Ramli, il fratello morto prima che Adi nascesse e che la sua vecchissima madre invoca ancora. Ramli, quel fratello che è quasi una leggenda locale, perché nell’Indonesia della rimozione assoluta quella volta ci furono dei testimoni. Dunque se ne parla. Nel silenzio calato sul genocidio come una diga, la morte di Ramli è il forellino che farà crollare tutto. E Oppenheimer e Adi scavano lì.



Con calma, con pazienza, con dolcezza perfino, perché l’arma di Adi è la gentilezza (è questo, oltre alle cautele adottate dalla troupe, ad averlo protetto da rappresaglie). E se nel magnifico e terribile The Act of Killing, candidato all’Oscar 2014, Oppenheimer aveva fatto rimettere in scena ai boia le loro gesta, qui va anche oltre, coinvolgendo le vittime. Per avventurarsi in una zona davvero mai esplorata. «Di solito - dice il regista - al cinema i boia negano le loro responsabilità o chiedono perdono, perché nel frattempo sono stati deposti e condannati. Qui invece avevo a che fare con i carnefici di un regime vittorioso. Nessuno li aveva costretti ad ammettere le loro colpe. Per questo The Act of Killing non era un documentario su un genocidio passato ma sul regime tuttora vigente del terrore».

Anche se è un terrore così perfetto da risultare invisibile. Nessuna retorica dunque, nessun eroismo o identificazione consolatoria. «Fare un film su un genocidio significa camminare su un terreno minato», riprende Oppenheimer. «Bisogna evitare ogni cliché. Confrontarsi col silenzio». E con la bellezza dei luoghi. Con l’indifferenza di paesaggi meravigliosi. Con i volti impenetrabili dei protagonisti, che a volte scoprono le efferatezze commesse dal padre o dal marito tanti anni prima. Grande documentarista, Oppenheimer sa che non si può filmare la verità ma solo la menzogna, la fantasia. Il mondo costruito ad arte dentro cui la verità, da qualche parte, continua a gridare. Ultimo aggiornamento: 30 Agosto, 11:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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