A beautiful day, una redenzione a colpi di martello

Sabato 5 Maggio 2018 di Maurizio Cabona
Si chiama Joe (Joaquin Phoenix), ha passato la quarantina. Appena può, Joe si occupa della madre, che mantiene lavorando col braccio. Non è un muratore, è un sicario. Uccide serenamente a colpi di martelli sempre nuovi. Chi meglio di Joe può improvvisarsi agente della Buoncostume per sottrarre una ninfetta alla prostituzione? L'incarico gli arriva da un senatore repubblicano dello Stato di New York, la cui figlia tredicenne, sconvolta dal suicidio della madre, è fuggita. Ma il senatore sa dove trovarla. Qualche martellata di Joe ai sequestratori e la Lolita tornerà a casa. Perché un sicario dovrebbe agire come se fosse mosso dalla fede del Padre Brown di Chesterton? Perché, quando governava Reagan e anche Joe aveva 13 anni, ha patito le angherie di un padre che lo esercitava a resistere con un sacchetto di plastica in testa, cioè senza respirare Ora, a 43 anni, Joe non ha dimenticato quelle apnee inflittegli mentre la madre poteva solo stare a guardare. La ninfetta da salvare è indifesa come, allora, lo era lui. E' un adulto, ma ha ancora certe illusioni maschili sui prodi che salvano le fanciulle.

NOSTALGICI
La sceneggiatrice e regista scozzese di questo A Beautful Day, Lynne Ramsay, estrae da questa materia grezza l'ennesimo giustiziere. Joaquin Phoenix - premiato a Cannes per l'interpretazione - picchia come l'Old Boy di Park Chan-wook . Gli impressionabili si astengano; si affollino i nostalgici dei vendicatori nelle metropoli desolate. Joe ha un coinvolgimento di natura privata, che viene da Guerra del cittadino Joe di John Avildsen, da Carter di Mike Hodges e da La morte risale a ieri sera di Duccio Tessari; un'alienazione reducistica e un sottofondo elettorale che viene da Taxi Driver di Martin Scorsese; una desolazione circostante che viene da Driver di Nicolas Winding Refn. A Beautiful Day è quindi una sintesi di un filone anglosassone, più Léon di Luc Besson e i vari Taken, che vengono sempre dal giro di Besson.

GLI ALBORI
Il cinema si nutre di sé stesso fin dagli albori. L'assenza di originalità non è uno scandalo, ma si poteva evitare di premiare questo film a Cannes anche per la sceneggiatura, riconoscimento che dovrebbe privilegiare un'idea nuova, realizzata in modo nuovo. Qui di nuovi ci sono solo i martelli. Joaquin Phoenix porta come un soprabito il sovrappeso. Anche se solo a fine film lo si vede seduto a un tavolo, si può dedurre che anche nella realtà si nutra come gli capita. Come attore, dice poche battute, perché un sicario, come un samurai, colpisce, non parla. A forza di occuparsi della mamma, suscita simpatia, perché pochissimi figli ormai in età lo fanno. Gli si perdona il vestire trasandato le donne giovani non paiono interessargli - e il feticismo del martello, da emulo di Thor. Gli si oppone l'eleganza del senatore, in cerca anche lui di vendetta (ma ignoriamo perché sua moglie si sia uccisa). Dalle poche immagini dedicate ai politici si coglie che i cattivi, per la Ramsay i veri cattivi non sono i sicari, espressione del proletariato che in Irak ha imparato a uccidere, ma i longilinei senatori in perfetta forma fisica e i loro guardaspalle, con bandierina a stelle e strisce all'occhiello.


A Beautiful Day
Giallo, Gb/Francia/Usa, 89'
Voto: 3/5 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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