Festival di Berlino, trionfo di applausi per 'Taxi' di Jafar Panahi

Venerdì 6 Febbraio 2015 di Fabio Ferzetti

Parata di grandi attrici per i primi giorni della Berlinale. Dopo "Nobody Wants the Night" con Juliette Binoche (classe 1964), si è vista Charlotte Rampling (classe 1946) in 45 Years, dell’inglese Andrew Haigh, scavo meticoloso e un poco algido fra le emozioni segrete di una moglie non più giovane che alla vigilia del 45mo anniversario di matrimonio scopre quanto
fosse stata importante la fidanzata precedente del suo futuro marito, morta tragicamente ormai mezzo secolo prima.
Mentre il veterano Werner Herzog ha presentato, sempre in concorso, "Queen of the desert" con Nicole Kidman. Che è la più giovane delle tre (è nata nel 1967) ma anche quella che ne esce peggio.

Non per colpa sua però, ma per via di un film che rievoca un personaggio affascinante e tuttora poco noto come Gertude Bell, l’archeologa, scrittrice e agente dell’intelligence service inglese, detta ”la Lawrence d’Arabia donna”, in una chiave a metà tra il fumetto rosa e la rivisitazione sarcastica di uno dei periodi chiave del’900: la disintegrazione dell’impero ottomano e la riorganizzazione geopolitica del Medio Oriente, più o meno guidata dalla Gran Bretagna. Impresa a cui Gertrude Bell, in compagnia spesso proprio di Lawrence d’Arabia, dedico gran parte della sua esistenza. Ma che il film di Herzog ricostruisce con una tale leggerezza da scadere spesso nel ridicolo.

Nessun fischio stranamente in sala stampa, anche se un coro di risate ha salutato la prima apparizione di Robert Pattinson, sì, proprio il vampiro malinconico di Twilight, nei panni di Lawrence d’Arabia... mai visto un attore così tragicamente inadeguato a un ruolo, ma è tutto il film a essere uno scivolone imperdonabile, tanto più che il soggetto non poteva
essere più appassionante e in certo modo attuale.

Applausi caldi e meritatissimi invece per il terzo titolo in concorso della giornata, "Taxi". Ancora un fim “rubato” dal grande regista iraniano Jafar Panahi, che malgrado il divieto di fare il proprio mestiere impostogli dalle autorità di Teheran ha girato un film brillantissimo e traboccante di idee improvvisandosi tassista nelle strade della capitale
del suo paese.

Non è la prima volta, soprattutto in Iran, che un’auto diventa un osservatorio privilegiato sul presente. Ma l’umanità che sale sul taxi del regista, talvolta riconoscendolo (non è mai chiaro cosa è finzione e cosa almeno in parte realtà), finisce per fare non tanto il ritratto di un paese ma un’analisi insieme vivace e approfondita, per così dire dal basso, dei problemi che un regista affronta ogni giorno. Che possa lavorare o no.

Che faccia ha un ”cattivo”? Come rappresentarlo? Fino a che punto si possono aggirare leggi e regole per una buona causa? Come spiegare a una bambina già molto scaltra e dotata di videocamera (è la nipote di Panahi), perché la censura iraniana impone al cinema codici che non hanno nulla a che vedere con la realtà di tutti i giorni? Divertente e inquietante, allegro e insinuante, dolente ma ipercomunicativo. Panahi batte i censori su tutta la linea. Anche se nel piano sequenza finale qualcuno si introduce sul suo taxi e cancella, nella finzione grazie al cielo, tutto ciò che ha girato. Ultimo aggiornamento: 19:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA