Maker Faire, perché la tecnologia è un linguaggio universale

Venerdì 18 Ottobre 2019 di Andrea Andrei
Gli organizzatori l'hanno detto subito, sfidando ogni scaramanzia: il settimo anno non sarà quello della crisi. E dire che la settima edizione di Maker Faire Rome arriva proprio in concomitanza con la crisi di Maker Media, l'azienda fondata da Dale Dougherty a San Francisco, California, che ha organizzato la prima Maker Faire nel mondo. Eppure quella di Roma è ancora qui, con una crescita che l'ha portata alle 100 mila presenze del 2018 e che l'ha fatta diventare la fiera dell'innovazione più importante in Europa, se non del mondo.

«La chiave del successo è stata puntare fin da subito sulle piccole e medie imprese», spiega Massimo Banzi, co-fondatore di Arduino e curatore storico di MFR, «così la manifestazione romana è diventata un punto di incontro non solo per i makers, ma anche e soprattutto per le aziende. Questo non è solo il luogo in cui le famiglie possono passare delle belle giornate, ma quello in cui gli imprenditori trovano nuove idee e nuovi collaboratori.

Grazie alla Camera di Commercio di Roma siamo riusciti a privilegiare l'aspetto professionale pur mantenendo lo spirito festoso che è alla base del movimento nato negli Stati Uniti». D'altronde l'evoluzione dei makers, i cosiddetti artigiani digitali, qui in Italia ha saputo adattarsi alle esigenze del business: «Non parliamo più solo di startupper, parliamo di imprenditori. Perciò, per selezionare gli oltre 600 progetti che parteciperanno, abbiamo fatto grande attenzione». Ma la vera forza di Maker Faire resta il saper avvicinare le persone alla tecnologia e alle sue potenzialità, rendendola un'opportunità per tutti e non qualcosa di cui aver paura. E non c'è davvero scaramanzia che tenga.
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