Bolsena, scoperto giacimento sacro di 3.000 anni fa: riaffiorano statuine in bronzo sarde

Bolsena, scoperto giacimento sacro di 3.000 anni fa: riaffiorano statuine in bronzo sarde
di Laura Larcan
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Lunedì 2 Agosto 2021, 15:06 - Ultimo aggiornamento: 3 Agosto, 10:14

Il Lago di Bolsena restituisce un gigantesco giacimento sacro di 3000 anni fa. La preistoria sommersa viene riscritta. A quattro metri di profondità, quel piccolo oggetto incrostato sembrava agli occhi dei subacquei «una semplice scoria di fusione». Una volta riemerso e ripulito, la grande sorpresa. Si tratta di un bronzetto, una statuina alta una manciata di centimetri, fusa in bronzo, di fattura “nuragica”, legata cioè all’antichissima civiltà sarda che echeggia le rotte dei Fenici nel Mediterraneo. Un unicum. «Una figura lavorata con alcuni elementi stilistici caratteristici che rimandano all’antica civiltà della Sardegna», racconta Barbara Barbaro l’archeologa subacquea del servizio di Archeologia Subacquea della Soprintendenza per l’Etruria meridionale (doretta da Margherita Eichberg), che sta seguendo le operazioni di indagini nel Lago, in collaborazione con il Centro Ricerche Archeologia Subacquea (CRAS Aps). Gli occhi incisi, un copricapo particolare, rimanderebbero alla figura di una divinità (e non di un guerriero in miniatura). «Richiama il mondo sardo-fenicio e orientale che testimonia oggi il contatto della zona di Bolsena con il mondo asiatico». C’è l’emozione nella voce degli archeologi e degli specialisti, soprattutto di Egidio Severi, l'assistente tecnico archeologo subacqueo, che stanno guidando le immersioni.

 

Il Lago di Bolsena continua a regalare sorprese e a riscrivere la storia delle civiltà protostoriche. Il bronzetto nuragico, infatti, è solo uno dei tantissimi reperti che stanno riemergendo dalle acque, dal complesso cosiddetto della “Aiola”, un gigantesco giacimento "sacro", un grande tumulo di pietre completamente sommerso, identificato ora come il luogo di culto del famoso Villaggio preistorico di capanne su palafitte del Gran Carro (o Gran Caro secondo la dicitura originaria) risalente al X-IX secolo avanti Cristo (fase dell’età del Ferro), considerato dagli studiosi (e dai libri di storia) un importantissimo insediamento d’età villanoviana tra i più vasti e meglio conservati di quest’epoca. Ma anche tra i più misteriosi. «Dopo 60 anni di indagini e studi sul villaggio - continua Barbara Barbaro - abbiamo focalizzato le indagini per la prima volta sull’Aiola. Pensavamo che non desse risultati, poi, con i primi saggi subacquei sono riaffiorati i primi indizi chiave che ci hanno fatto capire che si tratta di un luogo di culto, centro di riti religiosi».

«Il monumentale complesso ellittico, formato da un grosso cumulo di pietrame informe senza leganti, dell’ampiezza di 60 per 80 metri circa, non era infatti stato finora interpretato - spiega l'archeologa - Questo in epoca antica si trovava certamente all’asciutto in un’area in cui è attestata, anche oggi, la presenza di sorgenti calde che sgorgano da più punti dell’accumulo»Il materiale rinvenuto finora si inquadra nella prima età del Ferro (IX sec. a.C) come quello rinvenuto nell’area della palafitta. «Ma sono stati individuati per la prima volta anche strati con materiale attribuibile al Bronzo Finale (XII-X sec. a.C)».

«La parte superiore dell’Aiola, dove probabilmente si svolgevano i riti si presentava con una superficie costellata di roghi e frammenti di vasi, ma soprattutto ha restituito una grande quantità di oggetti metallici, anche frammentati, tra cui fibule, anellini, spilloni in bronzo, rotelle a raggi forse d’argento e molte fusaiole anche finemente decorate», sottolinea l'archeologa.

Si indaga ora sui vasi, di forma biconica, con copertura a scodella: «All’interno custodiscono resti combusti di semi e ossa di animali. Erano offerte seppellite per le divinità “ctonie”, legate alla terra. E’ la prima volta che viene documentato questo rito. Probabilmente si tratta di divinità femminili perché i reperti trovati richiamano al mondo femminile sulla base degli studi effettuati sui corredi nelle sepolture», spiega Barbaro. Uno spettacolo sott’acqua, per un sito che prende sempre più forma accanto ad una millenaria sorgente d’acqua calda. La storia si riscrive.

L'attenzione in queste ore è dedicata soprattutto al bronzetto nuragico: «Siamo di fronte ad un busto di una figurina di bronzo fusa che si inserisce eccezionalmente nello scarso patrimonio finora conosciuto della plastica figurativa protostorica dell’Etruria. Ancora tutta da interpretare la posizione di questo personaggio con corpo e copricapo scanalato, che tiene nelle mani poste al termine delle esili braccia, due oggetti circolari delle quali è ancora incerta la connessione con le espansioni laterali del copricapo. Questo presenta un viso e soprattutto una resa degli occhi molto simile ad alcuni bronzetti sardi, con richiami iconografici anche nel geometrico greco, tuttavia l’incredibile importanza del rinvenimento risiede proprio nell’unicità nel panorama della plastica figurativa villanoviana».

«Il bronzetto nuragico testimonia oggi come questo Villaggio fosse un punto strategico di contatto sulla tratta tra costa ed entroterra, che toccava Vulci, Bisenzio, Gran Carro e Orvieto». Siamo di fronte ai centri che prefigurano la fondazione delle città etrusche. Le recenti indagini hanno anche definito la nuova mappa del Villaggio del Gran Carro, che appare ora molto più ampio: di quasi dodici ettari di estensione. «In acqua se ne conserva ancora un ettaro e mezzo».

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