Scuola, valzer dei presidi: uno su 6 trasferito subito. Obbligo di rotazione finora ignorato in molte Regioni

Interviene la Corte dei conti. Nel Lazio turnover ogni 6 anni, a settembre così il 15% dei dirigenti dovrà cambiare scuola

Scuola, valzer dei presidi: uno su 6 trasferito subito
di Francesco Pacifico
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Giovedì 5 Gennaio 2023, 00:03 - Ultimo aggiornamento: 11:04

Erano tutti collegati in videoconferenza, ma davanti a una platea di presidi furiosi, Rocco Pinneri, provveditore del Lazio, ieri è stato perentorio con loro: «Dal prossimo anno i dirigenti scolastici che hanno già svolto due mandati nello stesso istituto (cioè sei anni, ndr), andranno trasferiti. Lo prevede una norma. E se non la applico, la Corte dei conti non registrerà più i vostri contratti». A ben guardare il problema non riguarda soltanto i 650 presidi del Lazio, ma gli oltre 7.500 colleghi a livello nazionale. E di loro almeno il 15 per cento, uno su sei a Roma come nel resto d’Italia, rischia di essere destinato a una nuova sede. 

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I TEMPI
Dopo avere ignorato la cosa per vent’anni, su spinta della magistratura contabile i vari Uffici scolastici regionali si apprestano ad applicare un’indicazione del codice anticorruzione (approvata nel 2001, poi confermata nel 2012) che inserisce anche i presidi tra le categorie soggette a rotazione: proprio perché gestiscono appalti, affidamenti e acquisto di beni, potrebbero essere allettati da proposte indicenti. Devono essere poi i singoli provveditori a decidere dopo quanti mandati scatta l’incompatibilità. Una disposizione alla quale si sono attenute in tutt’Italia soltanto cinque territori (Provincia di Trento, Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Puglia) tra il disinteresse generale. E le regioni coinvolte hanno utilizzato, però, criteri diversi: a Bari si può restare in sella per 12 anni, ad Ancona o a Bologna nove.


Per la precisione, un successivo parere dell’Anac, l’autorità nazionale Anticorruzione, ha indicato che la scuola, tutto sommato, «è un settore a basso rischio corruttivo». Ma la valutazione non è bastata ad alcuni magistrati della Corte dei Conti, che - come nel Lazio - hanno comunicato a quelli che un tempo si chiamavano provveditori di indicare sia i tempi del turn over sia di applicare le rotazioni. In caso contrario non avrebbero validato, come prevede la legge, i singoli contratti dei presidi. 


A dicembre e di fronte a tale input, Pinneri, alla guida dell’ufficio regionale del Lazio, nel suo piano anticorruzione ha messo nero su bianco che i dirigenti scolastici non possono restare al loro posto per più di due mandati. Di più, come ha chiarito nella videocall di ieri, chi a settembre si troverà con il contratto scaduto (è di durata triennale), sarà trasferito. E la decisione rischia di scuotere non poco la scuola italiana. Intanto perché i presidi sono spesso simbolo di inamovibilità: si stima che ogni anno meno del 10 per cento sia destinato a nuovo incarico e questo avviene su loro richiesta. Senza contare che - come accade per professori e personale amministrativo o bidelli - non è sempre facile reperire queste figure: a Roma, l’anno didattico in corso si è aperto con 48 istituti guidati da reggenti.


IL GOVERNO
La categoria, però, ne fa una questione professionale. Spiega Mario Rusconi, presidente dell’Associazione nazionale presidi del Lazio: «Già la burocrazia sta distruggendo la scuola, ma adesso si vuole applicare un’insensata indicazione del Codice anticorruzione che impone il trasferimento dei presidi, in barba alle più elementari regole di continuità amministrativa e didattica. E parliamo di progetti delicati. Nessuno è indispensabile, ma qui si fa il gioco dei quattro cantoni». Rusconi e i suoi colleghi dell’Anp sono pronti a bussare alla porta del governo «per bloccare questa follia. Poi vorrei capire quale rischio di corruzione c’è: ricordo che i nostri bilanci sono già vagliati da revisori nominati dal ministro dell’Economia e da quello dell’Istruzione: che vuol dire, che lo Stato non si fida dei suoi uomini?».


Come detto, la questione non è soltanto romana. Identica discussione, con altrettanti resistenze degli interessati, va avanti in Piemonte, Veneto, Basilicata, Sardegna o Sicilia. Dalla Lombardia Matteo Loria, presidente della locale sede dell’Anp, fa sapere «di aspettare le indicazioni del direttore didattico appena nominato. Il suo predecessore, a nostra domanda, ci ha risposto che non c’erano problemi di vincoli». Sono fiduciosi anche in Campania. «L’attuale provveditore - spiega il responsabile locale dei presidi, Franco De Rosa - durante il Covid ci ha spiegato che ci sono altre priorità». Parole che per certi aspetti indispettiscono il leader dell’associazione in Puglia Roberto Romito, dove la norma è applicata: «Capisco i dubbi dei miei colleghi, ma nelle loro Regioni la Corte dei Conti come ha fatto finora a certificare i loro contratti?».
 

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