Covid e scuola, l’allarme dell'Unesco: milioni di giovani rovinati dalla Didattica a distanza

Covid e scuola, l’allarme dell'Unesco: milioni di giovani rovinati dalla Didattica a distanza
di Maria Latella
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Lunedì 25 Gennaio 2021, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 10:36

Tre mesi e mezzo di media nel mondo. Tredici settimane in Italia, sette in Germania, sei in Francia, dodici in Gran Bretagna, diciassette in Irlanda. Per tutto questo tempo i ragazzi nel mondo non sono andati a scuola. Non in presenza almeno. Per colpa della pandemia. Cinque mesi fa, guardando i dati Unesco sulle scuole chiuse per effetto del Covid, il segretario generale dell’Onu Antonio Gutierres parlò di «catastrofe generazionale». Non esagerava.


A quasi un anno di distanza dall’inizio della diffusione del virus, l’Unesco torna a fare un bilancio di cosa è cambiato con l’assenza da scuola nei vari Paesi del mondo, a seconda dei mesi. Lo fa con un rapporto titolato «From disruption to recovery», dal disordine alla ripresa.


PORTA STRETTA
Diciamo subito che rispetto all’aprile scorso, quando ben un miliardo e seicento milioni di studenti si ritrovò di colpo senza lezioni in presenza, rispetto ad allora, insomma, le cose sono migliorate. 
Oggi sono ottocento milioni gli allievi ancora limitati nel loro diritto allo studio per colpa della pandemia. Ottocento milioni sono tanti, ma molto meno dell’aprile scorso. In gran parte del mondo le scuole sono state riaperte, in tutto o parzialmente, e solo trentuno Paesi continuano o, come la Germania, ritornano, alla chiusura totale per una recrudescenza del virus.


A proposito della Germania: il rapporto Disruption e Recovery dell’Unesco consente di confrontare le scelte e le condizioni attuali dei vari Paesi europei. Salta subito agli occhi che per alcuni chiudere gli istituti scolastici non è mai stata un’opzione e continua a non esserlo. In Francia per esempio, lo ha confermato il ministro dell’Istruzione Blanquer , i ragazzi e gli insegnanti si vedranno in presenza ogni giorno, perfino se come sembra, dovesse tornare il lockdown. «E’ una questione di giustizia sociale» aveva scandito Macron nella primavera scorsa a quando impose la riapertura. Non ha cambiato idea.


Non l’hanno cambiata neanche in Norvegia, le scuole primarie e secondarie sono aperte oggi così come lo erano nel maggio 2020. Pure la Spagna ha oggi scuole aperte mentre nella primavera dell’anno scorso erano chiuse. 
L’Italia rientra nel gruppo dei quarantotto in cui gli istituti scolastici sono aperti ma ancora parzialmente. E’ in compagnia degli Stati Uniti e dell’India.


LA QUALITÀ
Il dato sul quale l’Unesco vorrebbe attrarre l’attenzione dei governi è il significativo numero di settimane, mesi, durante i quali queste nuove generazioni sono stati tenuti lontani dai loro insegnanti e dai loro compagni, perchè vederli e sentirli da uno schermo non è e non può essere la stessa cosa. In media nel mondo gli allievi hanno perso ventidue settimane, cinque mesi.


Il picco più alto in America Latina, con venti settimane di scuole chiuse. «Il nostro allarme è indirizzato ai governi, certo, ma anche ai privati, perché aiutino i primi a mettere al centro dei nuovi programmi l’educazione» sottolinea il vicedirettore dell’Unesco e già ministro dell’Istruzione Stefania Giannini. Trasferita a Parigi da tempo, Giannini ha per l’appunto la delega all’educazione e ricorda come l’appello che l’istituzione dell’Onu ha rivolto ai privati ha già avuto nei mesi scorsi un significativo riscontro.


«Grandi aziende hanno gratuitamente collaborato con la nostra piattaforma “Global education coalition” per migliorare la connessione in paesi che erano in ritardo, così da consentire agli studenti un tentativo di istruzione a distanza - aggiunge la vicedirettrice dell’Unesco- Se dopo tutti questi terribili mesi non si capisce che insieme alla sanità è l’istruzione, la scuola, a esigere il massimo di attenzione dei privati e dei governi, quando si capirà?».
In effetti nel mondo delle grandi aziende qualcosa si sta muovendo. Molto per esempio sta cambiando negli Stati Uniti, dove Apple, per esempio, investirà nel Propel Center, un centro di innovazione e apprendimento per i college e le università frequentate prevalente da studenti neri mentre a Detroit nascerà una Apple Devoper Academy per supportare l’istruzione tecnologica. Iniziative che rientrano nei cento milioni di dollari stanziati da Apple per contribuire all’eguaglianza razziale.


Perché, e il rapporto Disruption e Recovery pubblicato dall’Unesco torna a sottolinearlo, è noto ormai a tutti e ovunque che le scuole chiuse hanno creato enormi problemi di insicurezza e depressione in molti ragazzi e in tutti gli strati sociali. Ma a pagare il prezzo più alto della catastrofe generazionale evocata dal segretario generale dell’Onu saranno soprattutto i più fragili e i più poveri.

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