Spazio, presidente Società italiana astrobiologia: «Così cerchiamo forme di vita sugli altri pianeti»

Lunedì 17 Febbraio 2020 di Enzo Vitale
Una rappresentazione artistica di astronomia e biologia

C'è vita nel cosmo? E di che tipo di vita si tratta? Ci dobbiamo immaginare esseri simili a noi o magari quei mostri che spesso si vedono nei film di fantascienza? E se fossimo proprio noi il prodotto di una creazione aliena?
Per tentare di avere una risposta non bisogna allontanarsi anni luce dalla Terra ma a soli pochi chilometri da Roma, a Viterbo, dove Raffaele Saladino, chimico, docente all'Università della Tuscia e presidente della Società italiana di astrobiologia (Sia) sta realizzando, insieme all'Agenzia spaziale italiana (Asi), una rete di laboratori dedicati alla ricerca dell'origine della vita e agli studi sulle possibilità di abitabilità degli altri pianeti che hanno caratteristiche simili alla Terra. E così una disciplina che è vecchia quanto l'uomo, l'Astronomia, e un'altra che ha compiuto da poco 15 anni, l'Astrobiologia, andranno finalmente a braccetto.

(Il professor Raffaele Saladino dell'Unitus)

Professor Saladino, questo 2020 si annuncia ricco di iniziative...
«Penso proprio di sì. Io e il professor Marco Moracci dell'Università Federico II di Napoli abbiamo incontrato il team Asi diretto da Barbara Negri, che tempo fa fu selezionata per il ruolo di astronauta come scienziato a bordo, per definire nuovi possibili ambiti di collaborazione con riferimento alle principali tematiche dell'astrobiologia».

Ci può illustrare qualche particolare?
«Ci dedicheremo soprattutto allo studio sull'origine della vita, sulla possibilità di abitabilità di altri pianeti, ma anche alla ricerca e alla definizione di marcatori molecolari e fisici della presenza della vita sugli esopianeti e su altri corpi celesti come meteoriti, asteroidi e lune».

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Insomma lavorerete fianco a fianco con gli scienziati che stanno mettendo a punto le future missioni spaziali?
«Esattamente, il nostro compito sarà quello di analizzare il materiale recuperato e l'analisi di campioni extraterrestri che verranno riportati sulla Terra».

Cosa significa questa sinergia?
«Significa molto perché darà a noi astrobiologi la possibilità di avere un confronto con ricercatori qualificati di altri istituti nazionali ed europei, favorirà sicuramente il coordinamento per progettare e ottenere ulteriori acquisizioni teoriche e tecnologiche con importanti risultati per il miglioramento della qualità della vita anche sul nostro pianeta».

Il vostro è un consesso giovane, per quando è previsto il primo congresso?
«Abbiamo deciso di organizzarlo il prossimo novembre proprio presso l'Università della Tuscia a Viterbo. In quell'occasione la comunità astrobiologica italiana potrà confrontarsi con gli esperti di astrobiologia e di radiobiologia del Joint Institute of Nuclear Research (Jinr) di Dubna (Mosca), per approfondire il ruolo svolto dalla radiazione cosmica e dal vento solare come sorgenti ad alta energia nel danno cellulare, e, in alternativa, quali sorgenti di energia per la sintesi prebiotica di molecole essenziali per l'origine della vita».

Vi concentrerete in particolare su quali oggetti?
«Sulle meteoriti come complesse fattorie per il trasporto e la sintesi degli ingredienti della vita, in grado di convertire l'energia radiante in energia chimica, e come ambienti protettivi per la sopravvivenza e la persistenza di microrganismi nelle condizione estreme dello spazio, creando una continuità tra la chimica delle origini e la biologia».

È vero che avete ricreato in laboratorio le condizioni primordiali del Sistema Solare?
«No, le cose non stanno proprio così. I ricercatori russi dello Jinr hanno effettuato studi (in collaborazione con alcuni laboratori italiani, ndr.) che avevano come obiettivo l'irradiazione di meteoriti carbonacei, veri e propri fossili della composizione primordiale del Sistema Solare, con fasci di particelle ad alta energia. Questi studi sono risultati di essenziale importanza per poter comprendere il meccanismo di formazione della materia organica insolubile, la stessa che risulta presente all'interno dei meteoriti carbonacei in grande quantità».

E quindi in parole semplici?
«Si tratta di un materiale molto interessante, ad oggi ancora poco compreso per quanto riguarda la sua struttura chimica, e che risulta essere coinvolto nel rilascio di biomolecole utili per l'origine della vita in seguito alla caduta del meteorite sulla superficie di un pianeta».

Ci illustri la mappa dell'astrobiologia italiana.
«A parte l'Università della Tuscia, che ha da sempre svolto un ruolo importante per il suo sviluppo, esistono realtà attive a La Sapienza, al Cnr di Roma e Napoli, alle Università di Firenze, Trento, Catania, alla Federico II di Napoli, e all'Inaf osservatorio astronomico prima di Napoli e quindi di Firenze. La Tuscia è responsabile dello svolgimento di numerosi progetti di astrobiologia finanziati dal Miur, dall'Asi e dall'Esa».

Ma in pratica, cosa fa l'astrobiologo e come ci si diventa?
«È una figura che studia l'origine, la presenza e la persistenza della vita sulla Terra e nello spazio. In Italia per un giovane ci sono tanti percorsi diversi. Si può affrontare l'astrobiologia partendo da una solida preparazione nell'ambito fisico e astrofisico, oppure arrivarci dalla biologia, dalle scienze naturali, dall'ingegneria o dalla chimica».

Il segreto per diventarlo?
«Qualunque sia il percorso seguito, l'astrobiologia richiede la curiosità e la passione di estendere le proprie conoscenze a più ambiti disciplinari, una sorta di torre di Babele dove con grande pazienza e applicazione tutti riescono finalmente a comprendere il linguaggio degli altri creando una sinergia senza precedenti, quella necessaria per comprendere l'origine e il futuro della vita».

enzo.vitale@ilmessaggero.it
 

Ultimo aggiornamento: 23 Febbraio, 20:33 © RIPRODUZIONE RISERVATA