Francia e Italia, in Antartide c'è Concordia. Tredici mesi al Polo Sud: «Qui studiamo la salute del nostro pianeta»

Lunedì 18 Marzo 2019 di Enzo Vitale
La squadra italo-francese alla base Concordia in Antartide

Esiste un luogo sul pianeta dove Francia e Italia vanno a braccetto. Non “cugini d’Oltralpe” ma veri e propri “fratelli” nel segno della scienza e della ricerca. Ora lì sono in tredici. Isolati più di ogni altro essere umano della Terra, compresi gli astronauti della Stazione spaziale internazionale. Sono i nuovi “inquilini” della Base Concordia in Antartide: 7 italiani, 5 francesi e un medico danese dell’Esa. A coordinare il loro lavoro è Massimiliano Catricalà, il cosiddetto Station leader.

Catricalà, va tutto bene lì al Polo?
«Sì certo, un po’ freddo ma è tutto ok».

In cosa consiste il suo ruolo?
«Sono responsabile della base nella sua operatività, del coordinamento del personale e della supervisione dello stato psicologico e sociale delle persone in accordo con il medico. La convivenza all’interno di spazi ridotti per un lungo periodo può portare una persona a isolarsi o ad avere reazioni contrastanti con gli altri. Qui il fattore gruppo è fondamentale».

Prima volta in Antartide?
«Sì, e sarà sicuramente un’esperienza che mi segnerà». Quali sono le fasi che precedono la partenza in un luogo così lontano da tutto e da tutti? «Noi italiani siamo stati preparati dall’Enea (Agenzia per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile) con corsi di ambientamento sul Monte Bianco e sulla sicurezza presso la sede del Brasimone. La missione si svolge nell’ambito del Pnra (Programma Nazionale di Ricerche in Antartide), che ogni anno viene finanziato dal Miur. L’Enea ha il ruolo di selezionare il personale, pianificare e realizzare materialmente le spedizioni. Il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche), invece, coordina i progetti scientifici. L’Ipev (Istituto polare francese Paul-Émile Victor) prepara il personale francese». Come definirebbe il suo gruppo? «Un bellissimo gruppo di professionisti. Abbiamo anche una ricercatrice australiana che lavora per il Cnr. Ricordo pure che durante l’inverno, nelle varie basi del continente, ci sono circa 700 persone».

(Lo station leader della Base italo-francese Concordia al Polo Sud Massimiliano Catricalà)

Quanto tempo rimarrete isolati a Concordia?
«Da febbraio a novembre prossimo». Ci saranno scambi e visite con le altre basi del Polo? «In un continente grande tre volte l’Europa (durante l’inverno arriva ad esserlo cinque volte per l’espansione dei ghiacci sui mari), le distanze sono considerevoli. La più vicina a noi è la base russa di Vostok a 600 km ma ovviamente irraggiungibile d’inverno a causa delle temperature che non permettono l’utilizzo di mezzi a motore».

Quali i principali esperimenti e in quali materie?
«Geofisica e studio dello stato di salute della Terra. Abbiamo osservatori di sismologia, di magnetismo, di meteorologia, di glaciologia ma anche di astrofisica. E poi qui a Concordia c’è il radar (progetto SuperDarn Cnr/Inaf) in grado di rilevare gli effetti dei fenomeni di meteorologia spaziale nella ionosfera». Quale ritiene sia il più interessante? «Non credo si possa stilare una classifica. Ci sono studi che sono più curiosi di altri come, ad esempio, le “micro-meteoriti” che vengono raccolte in un sito a due chilometri da qui a qualche decina di metri di profondità. E’ polvere dello spazio che cade su tutto il nostro pianeta ma che qui è più facilmente individuabile».

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La spedizione che vi ha preceduto ha anche simulato, in un certo senso, un viaggio verso Marte. Più che altro ha testato gli aspetti psicologici di un gruppo umano in un luogo così isolato...
«La permanenza a Concordia in totale isolamento, è assimilata ad una missione spaziale su Marte. Per tale motivo l’Esa studia gli “equipaggi” invernali di Dome-C. I test e le analisi sono molteplici: dagli esami sul sangue per vedere gli eventuali cambiamenti bio-umorali legati proprio alla condizione di isolamento e stress, ai test cognitivi che ripetiamo una volta al mese durante i quali ci vengono valutati i riflessi e le nostre capacità logiche soprattutto con test visivi e di abilità manuale».


(Il passaggio di consegne con la precedente spedizione)

Il test più singolare?
«Sicuramente quello che ci vede periodicamente nel simulatore di volo della Soyuz che abbiamo qui. Siamo stati istruiti su come pilotarla, dobbiamo dimostrare di mantenere nel tempo le nostre abilità di attracco alla Iss».

(Un momento delle attività e delle ricerche)

In caso di emergenze cosa succede?
«Dal punto di vista psicologico, in caso di necessità, abbiamo un supporto da remoto sia in Italia che in Francia. Insomma ci sentiamo abbastanza osservati!».

Quale è stata secondo lei la scoperta più significativa fatta in Antartide?
«Probabilmente quella del progetto “Epica”. Lo studio di un carotaggio fatto a 3 mila metri nel ghiaccio ha permesso di capire l’andamento del clima durante gli ultimi 800 mila anni».

(La trivella per i carotaggi)

Per il cibo come siete organizzati?
«Ogni sabato “andiamo a fare la spesa”: in base abbiamo scorte per 7-10 giorni, poi ogni tanto dobbiamo uscire e andare al nostro “supermercato”, ovvero dei container suddivisi per tipologia di alimento, all’interno ci sono le provviste fino a novembre prossimo».

Fate le compere senza i carrelli della spesa però....
«Sì, lei scherza, però in effetti la cosa simpatica è che partiamo in gruppo, seguendo le indicazioni dello chef, il nostro carrello è la slitta che trainiamo noi stessi». Come fate a scegliere i prodotti? «Diciamo che è un momento di vita comune divertente, perché, come al supermercato, quando vedi qualcosa che ti attrae ti viene la tentazione di prenderla. E questo capita spesso, ma sono trasgressioni che il nostro Daniele Giambruno (lo chef, ndr), ci perdona».

(La mensa al Polo Sud, c'è pure lo chef)

Ma perché andare in Antartide?
«L’Antartide è un continente anomalo rispetto alla concezione standard che abbiamo dei continenti. Un trattato internazionale lo protegge e dichiara che è di tutti e non è di nessuno. Che può essere sfruttato per ricerche ma non può essere sfruttato per fini industriali. Ovviamente la sua natura, la sua posizione e il suo essere incontaminata la rendono particolarmente interessante».

Siete arrivati alla base da poco, qual è il clima che si respira  all'inizio di una missione ?
«In realtà siamo arrivati il 17 novembre a Concordia, ma nel periodo estivo la base pullula di ricercatori, tecnici etc. Il vero clima di inizio missione per noi è partito il 12 febbraio, quando l’ultimo aereo ha lasciato la base con l’ultimo gruppo degli “estivi”. Da quel momento siamo rimasti in 13, con la consapevolezza che non vedremo più nessuno fino a novembre prossimo (anche perché non c’è proprio la possibilità di arrivare qui!!). Le temperature in certi periodi arrivano fino ai -80 gradi. Ad ogni modo ci sentiamo parte di una grande avventura, sappiamo bene che la sopravvivenza di ognuno di noi dipende proprio dagli altri. E poi a breve  sperimenteremo le condizioni climatiche che solo in Antartide si possono provare, ma anche la visione del cielo stellato che, a detta di chi ci ha preceduto, sarà una esperienza indimenticabile».

(Le Basi in Antartide, in basso a destra la Stazione Dome-C di Concordia)

La sensazione più bella, più emblematica, insomma la più toccante...
«La partenza dell’ultimo aereo a febbraio. Ci siamo resi conto davvero dell’inverno e dell’isolamento. Non ci sono state lacrime. In questo luogo dove il silenzio è assordante ci ha pervaso un senso di forza e così ci siamo detti: ok, andiamo avanti. Adesso tocca a noi».

enzo.vitale@ilmessaggero.it

Ultimo aggiornamento: 21:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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