La geologa Aurora Silleni: «Così nel magma possiamo leggere la nostra storia»

Lunedì 26 Ottobre 2020 di Enzo Vitale
Un'eruzione vulcanica

La ricerca è nata come un lavoro di campagna, con la misurazione manuale degli strati di rocce vulcaniche fra il Lazio e la Campania. Un lavoro che sognava di fare fin dalle scuole medie quando si divideva tra il nuoto e la geologia.

Dieci anni di sport agonistico, poi l’Università e alla fine il coronamento del suo sogno è arrivato passando per Germania, Canada e ora Arizona.

Aurora Silleni adesso non nuota più, preferisce immergersi tra i misteri della lava, studiare le camere magmatiche e la morfologia delle rocce. Attraverso un metodo originale è riuscita a calcolare lo spessore dei depositi di ignimbrite nelle aree in cui la misurazione manuale non è possibile. Ciò ha permesso di misurare, con una precisione mai raggiunta prima, il volume dei depositi della cosiddetta eruzione dell’Ignimbrite Campana dei Campi Flegrei, avvenuta 39.800 anni fa. Grazie alla conoscenza del volume, è stato possibile dedurre l’indice di esplosività vulcanica (Vei) dell’eruzione più grande di sempre.

(La geologa romana Aurora Silleni)

 

Per far questo è dovuta andare fino negli Stati Uniti?

«La scelta di cambiare continente è stata puramente di carattere lavorativo. Mi è stata offerta la possibilità di continuare la mia carriera da ricercatrice alla Northern Arizona University e son partita».

 

Da quanto tempo state studiando quell’eruzione nei Campi Flegrei che, a quanto pare, cambiò la storia del pianeta?

«Dal 2016. È una delle più studiate al mondo, sia per il suo impatto sul Nord Europa, sia per i suoi caratteri peculiari che rendono difficile interpretare i suoi meccanismi. Il mio professore, Michael H. Ort, la studia dal 1993».

 

In pratica cosa avete scoperto?

«Abbiamo calcolato il volume di roccia e di magma dell’ignimbrite, non era mai stato fatto prima. L’ignimbrite è la parte più voluminosa di questa eruzione e, nonostante ci fossero tanti lavori a riguardo, nessuno era riuscito a calcolarne il volume in maniera così dettagliata».

 

Quindi questi calcoli spalancano le porte anche a studi futuri?

«Certo, abbiamo sviluppato un metodo, pubblicato su Frontiers in Earth Science, che potrà essere usato per altri studi simili e quindi fornire maggiori dati su eruzioni del passato».

 

Per esempio a quali scopi?

«Il metodo può essere applicato ad altre realtà in tutto il mondo, come sulle Ande in sud America o alle ignimbriti giapponesi. Non abbiamo mai vissuto in tempi storici eruzioni di tale portata: capire ogni quanto avvengono, e se c’è un modo per determinarlo, è essenziale in vulcanologia».

(Una panoramica sui Campi Flegrei)

 

Sui Campi Flegrei ora ne sappiamo di più?

«Nello specifico, questo lavoro fornisce maggiori dettagli sulla sua storia eruttiva. Essendo un vulcano attivo del nostro territorio, dobbiamo conoscere al meglio nella sua storia passata e nella sua attività attuale. Per ultimo, ed è quello che sto studiando ora, dalle caratteristiche fisiche dei depositi, è stato possibile ricavare maggiori dettagli. Ad esempio ora sappiamo che il magma è arrivato quasi a 100 km di distanza: è partito da Pozzuoli ed è arrivato oltre Roccamonfina a nord, oltre Benevento verso est, è passato sopra il golfo di Napoli e ha depositato materiale fino a Sorrento».

 

Da quante persone è composto il team di ricerca in cui lavora? 

«Da quattro ricercatori e professori: Guido Giordano dell’Università di Roma Tre, Michael H. Ort della Northern Arizona University e Roberto Isaia dell’Ingv (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia). Tuttavia questo progetto è anche parte di un progetto più ampio, il Campanian Ignimbrite Pyroclastic Research (Cipr), finanziato dal National Science Foundation (Nsf), in collaborazione con alcune ricercatrici al Johnson Space Center della Nasa e dalla Oxford University».

(I ricercatori Michael Ort, a sinistra, e Guido Giordano)

 

La domanda è banale, ma molti se lo chiedono: potrebbe avvenire nella stessa zona un evento del genere come quello accaduto 40 mila anni fa?

«La mia ricerca non si occupa di rischio vulcanico, ma quello che posso dire è che i ricercatori dell’Osservatorio Vesuviano dell’Ingv monitorano costantemente l’area e al momento non c’è nessuna evidenza di una camera magmatica di tali dimensioni. Non bisogna mai dimenticare, però, che i Campi Flegrei sono un vulcano attivo, la cui ultima eruzione è del 1538 dopo Cristo».

 

Il fatto di essere donna le ha mai creato problemi?

«No, ma non posso dirlo con certezza. Devo dire che sono molto soddisfatta della ricerca femminile al momento attuale. Almeno nella mia esperienza, non ho mai assistito a discriminazioni. Il nostro gruppo di vulcanologi alla Northern Arizona University è quasi totalmente al femminile. Ci sono molte studentesse della magistrale ed è bello vedere così tante ragazze appassionate di scienza. Tuttavia, penso che si può sempre migliorare e, soprattutto, incoraggio ogni bambina e ragazza amante della scienza a studiare e perseguire i propri obiettivi. Ne vale la pena!»

(Gli studenti del corso di vulcanologia della Northern arizona university che Aurora Silleni sta tenendo insieme alla professoressa titolare Nancy Riggs)

 

Rimarrà tanto negli Usa? Come si trova lì rispetto all’Italia?

«È una domanda molto difficile per me. Questa pandemia ha influenzato tanto la mia esperienza americana, e probabilmente influenzerà le mie decisioni future. Stare lontani da casa, dagli amici e dalla famiglia in un periodo così complesso, ha richiesto tanta forza di volontà e nervi di acciaio. Al momento, il mio contratto terminerà a febbraio, ma non so ancora per certo se tornerò in Italia, o avrò la possibilità di continuare la mia ricerca. Mi trovo bene negli Stati Uniti, anche se, come per ogni Paese, ci sono lati positivi e negativi. Amo l’Italia e amo il mio lavoro, se ci fosse per me l’eventualità di svolgerlo in Italia tornerei subito».

 

enzo.vitale@ilmessaggero.it

Ultimo aggiornamento: 17:57 © RIPRODUZIONE RISERVATA