ET, l'Einstein Telescope vuole nascere in Sardegna: «Ecco come scruteremo l'Universo dalle miniere»

Una visione artistica dell'Einstein Telescope
di Enzo Vitale
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Lunedì 6 Maggio 2019, 14:55

Dalle viscere della Terra estraevano zinco, stagno e galena. Ma quei minatori sardi ignoravano che molto tempo prima, a centinaia di milioni di anni luce dalla Terra, due stelle di neutroni si erano fuse originando una kilonova. In quella distante e remota zona dell’Universo i due astri avevano dato vita a una miniera ben più preziosa di quella in cui scavavano loro: lassù c’erano platino, oro e diamanti. E adesso, dopo la scoperta delle onde gravitazionali attraverso gli interferometri Ligo e Virgo, gli scienziati guardano molto più avanti. Allo studio c’è l’Einstein Telescope, una macchina di nuova generazione che permetterà di osservare un volume di universo mille volte più grande di quello raggiungibile dai rivelatori attuali. Nel mondo si dovrà scegliere tra due siti. L’Italia ha proposto l’area delle miniere dismesse di Sos Enattos a Lula, paesino in provincia di Nuoro. Il referente nazionale del progetto è il fisico Michele Punturo.

L'INTERVISTA
Ci introduce all’Einstein Telescope?
«Einstein Telescope, ET per gli amici, è il progetto di un osservatorio di onde gravitazionali di terza generazione con bracci di dieci chilometri. Sarà uno strumento sotterraneo e adotterà ottiche mantenute a temperature bassissime».

Quando e dove verrà costruito?
«La nostra ambizione è avere ET in operazione dal 2030. Prevediamo infatti che i rivelatori attuali per tale data avranno saturato le loro potenzialità. ET nasce da un team tutto europeo e la sua collocazione sarà sicuramente nel nostro continente».

Quali sono le nazioni che si sono candidate?
«Siamo partiti con dodici siti valutati in tutta Europa, ma ora siamo rimasti solo con due: uno in Sardegna, nella miniera dismessa di Sos Enattos, vicino a Lula e l’altro nel Limburgo, nella regione di confine fra Olanda, Belgio e Germania».

(Il fisico dell'Infn Michele Punturo)

Perché è importante che si realizzi in Sardegna?
«È una regione con caratteristiche uniche in Italia e probabilmente in Europa. Geologicamente è molto quieta, con una bassissima, quasi nulla, attività sismica. La regione di Lula, poi, ha pochi abitanti. Caratteristiche entrambe importanti per realizzare un’infrastruttura a bassissimo rumore ambientale, che permetta all’osservatorio ET di “ascoltare” le onde gravitazionali a bassa frequenza, intorno a pochi Hertz».

Lei che ruolo occupa nel progetto?
«Insieme a un mio collega tedesco, ho sviluppato nel 2004 la prima idea. Poi nel 2008 ho vinto e coordinato il progetto finanziato dalla Commissione Europea per il disegno concettuale di ET. Attualmente sono il coordinatore nazionale e il co-coordinatore internazionale del progetto».

C’è già un ruolino di marcia?
«Abbiamo una serie di scadenze e traguardi intermedi da ora al 2026, data in cui, se c’è l’accordo di un numero sufficiente di nazioni, dovrebbero iniziare i lavori per la realizzazione dell’infrastruttura».

Che cos’ha in più ET degli attuali interferometri?
«Potrà osservare, ad esempio, la fase finale del processo di coalescenza di due buchi neri, cioè quando il buco nero, prodotto nella fusione, disperde la sua energia in eccesso in onde gravitazionali. Ci spiegherà la natura di questi corpi e ci dirà se la Relatività generale di Einstein è la teoria giusta per descriverli. La sua sensibilità permetterà di rivelare buchi neri più massicci, fino a migliaia di masse solari, e lo farà fino a distanze cosmologiche. Questo ci permetterà di vedere i buchi neri primordiali, cioè quelli creati nella fase iniziale dell’Universo, seguendo l’evoluzione della loro popolazione lungo l’espansione dell’Universo stesso. Insomma, avremo l’albero genealogico di quei buchi neri supermassicci di cui l’esperimento Event Horizon Telescope (EHT) ha pubblicato un’immagine».

(Le miniere dismesse di Sos Enattos a Lula in provincia di Nuoro è il sito che l'Italia ha proposto per l'Et)

Che tipo di caratteristica deve avere un sito per ospitare una macchina del genere?
«Il silenzio. Silenzio sismico, dovendo avere una bassa attività naturale e antropogenica. Silenzio acustico e elettromagnetico, che si hanno solo con ridotte attività umane nelle vicinanze».

Quali sono le nazioni coinvolte nel progetto?
«Italia e Olanda sono alla guida, ma Einstein Telescope è una collaborazione europea dove partecipano anche scienziati di altre nazioni, come Belgio, Germania, Polonia, Gran Bretagna, Ungheria e Francia. L’Italia sta giocando un ruolo guida, grazie a un gioco di squadra piuttosto raro e che va ulteriormente rafforzato».

Difficoltà?
«La prima è stata nell’essere pionieri nel sostenere l’idea della necessità di progettare in anticipo un’infrastruttura così avanzata. È stato difficile spiegare alla comunità scientifica, e alle nostre istituzioni, perché pensare a ET quando i rivelatori di seconda generazione non erano ancora in funzione e le onde gravitazionali non erano state rivelate».

Un episodio che più di altri le è rimasto impresso in questi anni?
«Ricordo che tempo fa ero in Giappone con un collega, Kazuaki Kuroda, il padre del progetto Kagra (l’interferometro nipponico che entrerà in funzione a fine anno, ndr). Insieme visitammo un tempio di una divinità scintoista a cui viene attribuita la capacità di soddisfare desideri. Il mio collega chiese espressamente la realizzazione del progetto Kagra che, in effetti, si concretizzò poco tempo dopo. Ho sempre pensato di dover ripetere tale esperienza per ET; credo che sia giunto il momento».

enzo.vitale@ilmessaggero.it

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