«Mi faccio i tagli alle braccia per scordare il dolore dentro». Quel grido di Elena e le altre

«Mi faccio i tagli alle braccia per scordare il dolore dentro». Quel grido di Elena e le altre
di Claudia Guasco e Raffaella Troili
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Martedì 16 Marzo 2021, 07:53 - Ultimo aggiornamento: 08:55

Potessero sparire, in quel bagno dove tornano vuoti, leggeri, sempre più trasparenti. Elena ha 15 anni, frequenta un liceo, ha bei voti ma nessuno la capisce più. Racconta la sua storia alla psicopedagogista Antonella Elena Rossi che parla di lei nel libro Stelle senza cielo. «Ben educata, sorride, si siede - ricorda - le unghie lunghe di un viola vivace, gli occhi truccati da un kajal pesante. Gli occhi pieni di luce e carichi di speranze. Ma i capelli indisciplinati incorniciano il volto scavato e di un pallore preoccupante».

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Pressione

La dottoressa va al dunque: «Che succede Elena?». E lei risponde: «Non lo so, non ce la faccio più a reggere, ogni volta che mi sveglio la mattina, ho voglia di ritornare a sognare, non vorrei mai venire a scuola». Inizia a raccontare del carico che sente nel mantenere i suoi voti, al fatto che non si sente ascoltata, soprattutto da alcuni prof. Lei ha il terrore di non farcela. Così ha smesso di mangiare, per sparire, per scomparire e non essere vista, vorrebbe passare rasente i muri, vorrebbe sentire solo la sua musica preferita e non le voci di valutazione che le arrivano da tutte le parti. «Siamo solo ciò che prendiamo, siamo il frutto di medie matematiche, dei numeri, i professori non ci vedono, e poi si lamentano di noi e dei nostri genitori, ma sono loro i primi a non amarci e io non ci sto più dentro questa ansia».

Il silenzio cala, si sente solo il suo respiro, sembra una farfalla notturna, poi continua: «Adesso ho cominciato a tagliarmi le braccia», scosta tutti quei bracciali colorati e mostra i segni della sua disperazione. «Sono arrabbiata, ma soprattutto con me stessa, e allora quando mi taglio il dolore fisico, mi fa dimenticare il dolore che ho dentro, questa bestia che mi mangia tutti i giorni un po'». Ma non c'entra più la scuola, non c'entrano gli otto o i sei, il malessere monta, la solitudine è troppa, per questa generazione Covid. Le amicizie effimere, i rapporti falsati, «meno male che c'è Ligabue, mi sparo la sua musica e vado avanti... ascolto piccola stella senza cielo, l'ascolto e mi sento anch'io senza cielo».

Terapie interrotte

Piccole stelle senza cielo. Una mamma di una ragazzina con problemi di anoressia, 14enne, snocciola dati: «Con il Covid i casi di disturbi alimentari sono aumentati di almeno un 30 per cento in più. Importante è la tempestività, accorgersene il prima possibile senza trascinare il problema per anni nella segretezza». La figlia è stata curata al Bambino Gesù. «Non avere alcuna socialità quest'anno ha peggiorato le cose, il Covid non ha aiutato». Anche perché sono state interrotte le terapie di gruppo, i day hospital, è tutto fermo. E il peso ricade sulle famiglie, alle prese con l'inferno quotidiano dei pasti con i maccheroni contati.

«Ogni giorno è una contrattazione. E finisce sempre in tragedia», racconta Alessandra, madre di una ragazzina che a 13 anni ha smesso di mangiare. «Chiara ha cominciato lasciando un po' di cibo nel piatto, poi il mucchietto cresceva. Si sedeva a tavola e il suo lavoro era tagliuzzare e occultare gli avanzi. Quando ci siamo resi conto della gravità della situazione era già tardi». Mamma e figlia hanno cominciato un percorso all'ospedale San Paolo di Milano: «Ogni giorno, a mezzogiorno, lasciavo il lavoro e attraversavo la città per andare a portarle il pranzo a scuola. Non poteva frequentare la mensa, perché non avrebbe mangiato nulla. Su indicazione del suo terapeuta, ogni sera decidevano cosa avrebbe mangiato il giorno successivo: otto penne in bianco, oppure due fette di prosciutto e tre pomodorini sconditi. L'accordo era che si decideva insieme e lei avrebbe mangiato. Restavamo in macchina due, tre ore con il cibo che le portavo e non sempre riusciva a finire».

Poi è arrivato il lockdown e la situazione è precipitata: «Aveva cominciato un corso di yoga da cui traeva grande beneficio. Mostrava qualche piccolo segno di miglioramento, era meno ripiegata su se stessa. Con la dad e senza yoga siamo tornati da capo». La mancanza di socialità, nei casi più gravi, sfocia nell'autolesionismo. Come nel caso dei due ragazzini di Cassina de' Pecchi, nel milanese, 14 anni lei e 17 lui, che a gennaio si sono inferti dei tagli ai lati della bocca. È il Glasgow smile, pratica degli hooligan britannici che farebbe somigliare chi vi si sottopone al Jocker. Riflette Ciro Cascone, procuratore del Tribunale dei minori di Milano: «Le spinte autolesionistiche fra i ragazzi purtroppo sono sempre esistite, ma il lockdown potrebbe avere acuito una situazione di disagio in una vicenda di pura sofferenza umana».
 

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