COVID

Covid, "diario" di un medico in trincea: «Una vita salvata, ovvero quando Davide batte Golia con un piccolo saturimetro»

Giovedì 3 Dicembre 2020
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«Per la millesima volta nella giornata squilla il telefono. “Doc, ho la febbre”. Mi piace quando mi chiamano “Doc”. Non è un termine paludato ma fa ugualmente trasparire una forma di rispetto, informale ma presente, che mi avvicina al paziente pur nel rispetto dei ruoli». Lo racconta il dottor Maurizio Ridolfi nel diario di "Un medico in trincea". 

«E’ Antonio (lo chiameremo così) dall’altra parte del filo - sottolinea - “Quanto ha?”, chiedo. “37 e 8. Mi sento tutto rotto e sento poco gli odori” Ovviamente lo indirizzo al tampone che, diligentemente, va subito ad eseguire in un drive-in. Risultato: positivo. Imposto una classica terapia antipiretica, lo isolo dalla moglie (non hanno figli) e gli faccio acquistare un saturimetro, istruendolo all’uso e dicendogli di aggiornarmi sui valori febbrili e di saturazione quotidianamente, avvertendomi se dovessero cambiare repentinamente. I primi giorni le cose vanno bene. La febbre tende a calare, respira bene, la saturazione è soddisfacente. Ma il maledetto virus è subdolo. Dopo alcuni giorni, nella abituale chiamata del mattino, la lettura della saturazione non va bene. E’ repentinamente diminuita rispetto alla precedente, sebbene la febbre sia in realtà ormai solo una leggera alterazione. “Come si sente? Respira bene? Ha tosse?” “Direi bene, doc. Respiro bene”. “Ha provato a cambiare dito al saturimetro? Lo ha messo correttamente?” “Certo, doc, sono giorni che lo faccio. Ormai sono diventato un esperto. Mi dà 87” risponde con una voce leggera, quasi a voler sdrammatizzare il tono della mia che invece tradisce, evidentemente, preoccupazione».

« “Antonio, purtroppo la debbo ricoverare” - racconta Ridolfi -  Soffio via le parole, non vorrei mai averle dovute pronunciare. “Ma io mi sento bene, respiro bene!” cerca di obiettare. Lo capisco, iniziare un percorso Covid è sinonimo di malattia e solitudine nel loro peggiore significato. “Antonio, lei rischia una crisi respiratoria e se la sfortuna le ritarda l’arrivo dell’ambulanza…” insisto, spiego i rischi. Non si rende ben conto. Insisto ancora. Per fortuna vinco le sue resistenze e mi ascolta. Dopo due ore è in terapia intensiva, con il casco per la ventilazione forzata. I sintomi, non sembri strano a dirsi, non dicevano la completa verità, il saturimetro si. E non abbiamo perso tempo prezioso. Ora sono passate alcune settimane e pian piano Antonio sta uscendo dall’incubo. Certe volte il medico di famiglia è minuscolo, nella lotta contro il gigante. Ma per fortuna Davide, questa volta, ha sconfitto Golia. Con un piccolo saturimetro».

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