Inchiesta Covid, Marinoni: «Fu un errore non chiudere Alzano. E non c’erano mascherine per i medici»

Il presidente dell’Ordine dei Medici di Bergamo: continuo a non capire perché non si fece come a Codogno

Inchiesta Covid, Marinoni: «Fu un errore non chiudere Alzano. E non c erano mascherine per i medici»
di Mauro Evangelisti
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Lunedì 6 Marzo 2023, 00:13 - Ultimo aggiornamento: 14:47

«Dopo tre anni non ho ancora capito perché Codogno fu chiusa, Alzano, Nembro e Albino no. La gente era terrorizzata, morivano 10-20 persone al giorno, erano tutti pronti ad accettare la zona rossa. Eppure, non se ne fece nulla». Il dottor Guido Marinoni è il presidente dell’Ordine dei medici di Bergamo. Vive in Val Seriana, dunque conosce bene la storia della mancata zona rossa dopo i primi due casi positivi trovati nell’ospedale di Alzano Lombardo il 23 febbraio. E ancora oggi ritiene incomprensibile la scelta di non intervenire con la zona rossa. E anche i medici di base furono lasciati indifesi, nove di loro morirono.

Perché a Codogno si chiude e ad Alzano Lombardo e Nembro no?
«Se ci sono stati degli errori, li evidenzierà al magistratura.

Diciamo che già oggi due cose ha detto la magistratura. La prima è che fu un errore non chiudere Alzano, Nembro ma anche Albino. L’altra cosa è che sul territorio ci fu impossibilità da parte dei medici di acquistare le mascherine. In questo modo 150 medici di famiglia si ammalarono e 9 morirono. Da lì nacque la narrativa sul fallimento delle cure primarie. Di certo limiti nel servizio sanitario nazionale ci sono, ma al di là di quello se si crea una situazione per cui i medici vanno a lavorare senza protezione e su 500 se ne ammalano 150 le conseguenze sono ovvie».

Come mai non avevate le mascherine?
«Non c’erano e non si potevano trovare. Le forze dell’ordine ad esempio le avevano giustamente tramite canali dedicati, ma non c’erano canali dedicati per i medici di famiglia».

Resta poco comprensibile un dato storico: a Codogno si decise la zona rossa, ad Alzano Lombardo no.
«Questo è quello che non capimmo tutti. E io continuo a non capirlo. Era già tutto pronto: c’erano le postazioni, i gazebo. Noi in Val Seriana davamo per scontata la chiusura. Improvvisamente arrivò il contrordine e questo resta inspiegabile».

Fu per le pressioni del mondo economico?
«Di certo le aziende erano preoccupate, è ovvio che non fossero contento. Ma quando c’è una esigenza di salute pubblica si chiude e basta. Invece non si fece. E lo ripeto: ancora oggi non riesco a darmi una risposta».

La scelta di non chiudere i comuni in cui il virus stava correndo rapidamente con una crescita del 30 per cento di casi al giorno, contando solo quelli ufficiali, che conseguenze ha avuto?
«La zona rossa avrebbe aiutato, certamente. Ci avrebbe dato più tempo per organizzarci. Certo, mi rendo conto che la Val Seriana è differente dall’area di Codogno dove c’è una vocazione agricola. In Val Seriana ci sono molte industrie, ci sono molte relazioni con l’estero, c’è un importante aeroporto internazionale come quello di Orio al Serio, tra i più grandi in Europa».

Torniamo a quei giorni, al 23 febbraio 2020 quando furono confermati dai tamponi i primi due pazienti Covid all’interno dell’ospedale di Alzano Lombardo. La popolazione si opponeva alla zona rossa? La gente non voleva le chiusure?
«Al contrario, i cittadini erano terrorizzati. Certo, nessuno aveva piacere che si chiudesse, ma prevaleva la paura per quando stava succedendo. E tutti davano per scontato che si sarebbe chiuso. La gente avrebbe anche accettato di essere portata su Marte. Non so se sia stata una scelta politica, non so abbiano deciso a Milano o a Roma di non chiudere. Ma l’aspettativa delle persone era di una chiusura. La gente aveva paura di morire. Forse in molti se lo dimenticano, ma morivano 10-20 persone al giorno. Il ricordo ancora oggi è vivo negli operatori sanitari, ma in tutti gli altri c’è un fenomeno di rimozione».

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