Mascherina, quanto protegge dal Covid? Lo studio: determinante al chiuso e per contatti di più di tre ore

La ricerca: mascherina utile anche quando altre misure, come il distanziamento, non vengono adottate

Mascherina, quanto protegge dal Covid? Lo studio: determinante al chiuso e per contatti di più di tre ore
di Francesco Padoa
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Venerdì 5 Novembre 2021, 11:06 - Ultimo aggiornamento: 17:00

Ormai la mascherina fa parte della nostra vita. Anche se talvolta ci si dimentica di indossarla entrando in un ambiente al chiuso, pubblico o privato che sia, immediato è il pensiero, vedendo gli altri, di indossarla subito. E se proprio si persiste nella dimenticanza, poi sono gli altri ricordartelo: prego, si metta la mascherina. Insomma è ormai un'abitudine alla quale difficilmente cerchiamo di opporci. Anche all'aperto, dove non è obbligatoria, non sono poche le persone che capita di incontrare con il visto protetto. Ma quanto davvero ci proteggono? Indossandole siamo veramente al sicuro dal Covid? Uno studio fatto su centinaia di casi suggerisce che le mascherine sono più protettive in circostanze specifiche, per esempio quando l'esposizione ravvicinata a una persona positiva dura più di tre ore e si svolge al chiuso.

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I risultati in uno studio 

Lo studio, i cui risultati sono riportati sul sito di nature.com, mostra che molte delle misure che sono note collettivamente come interventi non farmaceutici - come il distanziamento fisico, il mantenimento delle interazioni all'aperto e l'uso di mascherine - «sono infatti utili» per prevenire la trasmissione di SARS-CoV-2, afferma il coautore dello studio, Joseph Lewnard, epidemiologo dell'Università della California, Berkeley. Precedenti studi hanno fornito prove del fatto che indossare le mascherine aiuta a proteggere dalle infezioni, ma l'ultimo lavoro mostra che è utile anche quando altre misure, come il distanziamento, non vengono adottate.

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Sebbene le vaccinazioni e le cure mediche siano fondamentali per controllare la pandemia, gli interventi non farmaceutici rimangono importanti misure di salute pubblica. Ma è difficile misurare l'efficacia di questi interventi in contesti reali, si legge ancora su nature.com. Per affrontare questa sfida, Lewnard, Seema Jain, epidemiologo medico presso il Dipartimento della sanità pubblica della California a Richmond, e i loro colleghi hanno studiato casi di circa 1.280 persone in California che sono risultate positive al SARS-CoV-2 tra febbraio e settembre 2021. Per ogni persona con COVID-19, i ricercatori hanno cercato almeno un altra persone con caratteristiche omogene (età e sesso) ma che fosse risultata negativa durante lo stesso periodo di tempo. Queste persone, messe in contatto con gli individui positivi, hanno fornito dettagli sull'incontro, come l'ambientazione e la durata.

Chi non è completamente vaccinato rimane a rischio

Lo studio dei medici californiani ha rilevato che i partecipanti che non erano completamente vaccinati avevano il maggior rischio di infezione quando venivano a contatto con un positivo in casa o per più di tre ore. D'altra parte è stato rilevato che i partecipanti negativi a contatto con un positivo avevano minori probabilità di infezione se le mascherine erano state indossate rispetto a quando non lo erano. «Questa protezione è particolarmente importante per le persone che non sono state ancora vaccinate», afferma Lewnard. Ma gli incontri in cui sono state indossate le maschere sono stati collegati anche a una protezione aggiuntiva per i partecipanti vaccinati. Jain afferma che l'analisi suggerisce anche che le mascherine forniscono il massimo beneficio durante le esposizioni ad alto rischio - quelle che durano per più di tre ore, che si verificano in ambienti chiusi o che coinvolgono una persona di un'altra famiglia. L'uso della protezione facciale non ha mostrato un chiaro beneficio quando il partecipante ha avuto un contatto fisico diretto con una persona nota per avere COVID-19 o quando quella persona era un membro della famiglia del partecipante.

Non tutti gli scienziati sono del tutto convinti dai risultati ottenuti dalla ricerca. Natalie Dean, biostatistica presso la Emory University di Atlanta, in Georgia, pensa che gli interventi non farmaceutici siano utili, ma esita ad accettare le stime del documento sull'entità dei benefici. Kirsten Bibbins-Domingo, epidemiologo e medico presso l'Università della California, San Francisco, osserva che lo studio è iniziato prima dell'ascesa della variante Delta altamente trasmissibile e ritiene che abbinare le persone infette con i partecipanti negativi sia una sfida. Ma aggiunge che gli autori hanno fatto di tutto per superare questa limitazione e il risultato è uno studio «ben progettato e ben eseguito. I risultati colmano una lacuna nelle conoscenze sull'efficacia degli interventi non farmaceutici e potrebbero quindi aiutare a informare le politiche per controllare la diffusione virale .

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