Dalla vitamina D all'Idrossiclorochina: le cure anti-Covid promosse e bocciate

Dalla vitamina D all'Idrossiclorochina: le cure anti-Covid promosse e bocciate
di Valentina Arcovio
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Martedì 3 Novembre 2020, 10:08 - Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre, 15:25

Integratori di vitamina d e lattoferrina per prevenire e combattere più efficacemente l'infezione. Eparina e cortisonici per contrastare le complicanze. Antivirali e antimalarici, invece, bocciati. E il sogno, si spera presto raggiungibile, di una cura con gli anticorpi monoclonali e di un vaccino. L'armamentario anti-Covid è piuttosto eterogeneo. Non c'è nulla ancora che possa prevenire o combattere direttamente l'infezione. Ma si comincia ad avere un'idea più chiara di cosa funziona davvero e cosa invece no.

Integratori

Vitamina D in primis. Ma anche vitamina A, B, C ed E. Poi minerali come zinco e selenio. E la lattoferrina, promossa da uno studio dell'Università Tor Vergata di Roma. Questi sono gli integratori principali che, a vario titolo, stanno riscuotendo un gran successo per il loro presunto ruolo di «rinforzo» del sistema immunitario e per le potenziali attività antivirali. In alcune farmacie e sul web questi integratori stanno andando a ruba. «Ma sarebbe meglio assumere le vitamine tramite l'alimentazione e passare agli integratori solo su consiglio del medico», dice Silvia Migliaccio, specialista in Scienze della Nutrizione Umane presso l'Università degli Studi di Roma Foro Italico, che proprio sull'argomento ha tenuto un corso ECM FAD dal titolo «Nutrizione ai tempi del coronavirus», organizzato da Consulcesi.

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Antivirali

Remdesivir, sviluppato contro l'Ebola, e la combinazione dei farmaci anti-Hiv liponavir/ritonavor sono stati molto utilizzati all'inizio della pandemia. Diversi studi preliminari ne hanno incoraggiato la somministrazione ai malati. «Poi quando sono iniziati a venire fuori i dati completi abbiamo capito che non sono efficaci», dice Silvio Garattini, presidente dell'Istituto Mario Negri di Milano. La bocciatura finale è arrivata di recente da uno studio dell'Organizzazione mondiale della sanità, che ha parlato di «effetti minimi o nulli».

Antimalarico

Altro farmaco bocciato dall'Oms è l'idrossiclorochina. Il suo uso è stato consentito nelle prime fasi dell'epidemia, l'uso off-label o sulla base dei dati preliminari disponibili. All'inizio della pandemia lo stesso presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ne ha decantato i presunti effetti contro Covid-19. «Ora però sappiamo che non funziona», precisa Garattini.

Eparina

«È uno degli anticoagulanti più utilizzati per la prevenzione e la terapia delle tromboembolie venose e arteriose nei soggetti sottoposti a intervento chirurgico o allettati», dice Garattini. Il suo utilizzo è in corso di valutazione per contrastare le alterazioni della coagulazione e le complicazioni trombotiche nei pazienti Covid-19. «Ma si è mostrata risolutiva in certi casi di infiammazione per liberare i capillari ostruiti e permettere al corpo di ossigenarsi», spiega Garattini.

Desametasone

È un farmaco steroideo utilizzato anche per curare Trump. Viene somministrato ai pazienti nella fase più acuta di Covid-19 e sembra efficace nei pazienti affetti da iperattivazione del sistema immunitario, ultima fase della malattia. «È stato dimostrato che questo derivato del cortisone riduce del 30% la mortalità dei pazienti», dice Garattini.

Anticorpi

«È probabilmente la nostra più importante chance di avere una cura in tempi relativamente brevi», dice Giuseppe Novelli, genetista presso l'Università di Roma Tor Vergata, impegnato attualmente in una collaborazione internazionale che ha individuato quattro potenziali molecole efficaci. Secondo il genetista, neanche la battuta d'arresto annunciata da Eli Lilly, riguardante un anticorpo monoclonale che stava testando, dovrebbe scoraggiare la ricerca su questo fronte.
«Allo studio ce ne sono tantissimi e circa una decina sono in fase avanzata di sperimentazione», riferisce Garattini. Entro la fine dell'anno dovrebbero arrivare in Italia le prime dosi del vaccino Oxford/Astrazeneca, a cui ha contribuito anche l'azienda Irbm di Pomezia. A livello globale, la Cina fa da apripista, somministrando i vaccini prodotti dalle sue aziende - Sinovac Biotech, Sinopharm e CanSino Biologic - prima che si concluda l'ultima fase di sperimentazione.

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