CORONAVIRUS

Virus, il 70% degli operatori sanitari in prima linea manifesta sintomi di stress: lo studio della Cattolica

Giovedì 14 Maggio 2020

Sette operatori sanitari su dieci, cioè il 70%, impegnati nel fronteggiare l’emergenza Covid-19 nelle regioni italiane più colpite dall’epidemia hanno mostrato sintomi di burnout. Addirittura nove su dieci hanno dichiarato di avere avvertito nei mesi più drammatici dell’emergenza sanitaria sintomi di stress psico-fisico. Gli operatori sanitari (medici e infermieri) più propensi a considerare i pazienti affetti da Coronavirus e i loro familiari come alleati nel percorso di cura e a favorirne il ruolo attivo nel prevenire o mitigare i sintomi legati al Covid-19 sono quelli più protetti dai sintomi di stress Covid-correlato. È questo in sintesi il quadro che emerge dalla ricerca promossa dal Centro di Ricerca EngageMinds HUB dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Milano, - in collaborazione con la Società Italiana di Management e Leadership in Medicina e con il Segretariato Italiano Giovani Medici - nell’ambito del progetto “C.O.P.E.” (Covid19-related Outcomes of health Professionals during the Epidemic).

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Lo studio è stato condotto nelle prime quattro settimane dell’emergenza sanitaria in Italia. Dei 1150 operatori sanitari - tra infermieri, medici e altri professionisti - coinvolti nello studio, 575 medici che lavorano nelle Regioni più colpite dall’emergenza Covid-19 (Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte) hanno risposto a un questionario sul loro stato di salute, riportando la loro esperienza di sintomi psico-fisici (irritabilità, difficoltà ad addormentarsi la notte, tensioni muscolari) e i loro livelli di burnout (una misura dello stress lavorativo associata anche a minor resa sul lavoro, affaticamento fisico e mentale, cattiva salute).

La percezione del rischio. Ai professionisti sanitari è stato chiesto di condividere l’entità del loro livello di preoccupazione rispetto all’emergenza sanitaria e di rischio percepito di contagio: i risultati mostrano in media alti livelli di preoccupazione (circa 8 in una scala da 1 a 10) e di percezione del rischio di essere contagiati (4 in una scala da 1 a 5), indipendentemente dagli anni di esperienza lavorativa e dalla professione del rispondente. I risultati evidenziano in modo preoccupante come la salute psico-fisica degli operatori direttamente impegnati nella cura dei pazienti con diagnosi di Covid-19 sia stata messa a dura prova da quest’emergenza sanitaria: il 93% riporta di aver avvertito nell’ultimo mese almeno un sintomo di stress psico-fisico.

In particolare, il 65% dei rispondenti ha dichiarato di essere sentito più irritabile del normale, il 62% di avere avuto maggiori difficoltà ad addormentarsi, poco meno del 50% di aver sofferto di incubi notturni, circa il 45% di aver avuto crisi di pianto e il 35% palpitazioni. Per quanto riguarda lo stress lavorativo, un operatore su tre mostra segni di alto esaurimento emotivo (la sensazione di essere emotivamente svuotati, logorati ed esausti) e uno su quattro moderati livelli di depersonalizzazione (ovvero, la tendenza ad essere cinici, trattare gli altri in maniera impersonale o come “oggetti”, sentirsi indifferenti rispetto ai pazienti e ai loro familiari).

«Mentre la crisi Covid-19 ha messo sotto pressione i servizi sanitari in tutto il mondo e i Governi si sono mossi per rallentare la diffusione del virus - dichiara Serena Barello, ricercatore di EngageMinds HUB dell’Università Cattolica e responsabile dello studio - gli operatori sanitari sono dall’inizio in prima linea nella gestione quotidiana della pandemia. Il personale sanitario si è trovato a dover fronteggiare una situazione estremamente stressante e complessa, dai tratti imprevedibili, mettendo a serio rischio la propria salute non solo fisica, ma anche emotiva e psicologica».

Il benessere degli operatori. «A leggere questi dati vi è l’impressione che l’impatto della crisi sanitaria sul benessere dei professionisti della salute è stata e sarà importante a livello globale. Si stima che le ricadute possano essere non solo visibili sulla salute dei lavoratori nell’immediato, ma con importanti ripercussioni anche a lungo termine. Tuttavia, sensibilizzare gli operatori sanitari all’importanza dell’engagement dei pazienti e dei loro familiari può essere una strategia per mitigare questi rischi», afferma la professoressa Guendalina Graffigna, direttore di EngageMinds HUB della Cattolica. «Una prospettiva di questo genere rende urgente una politica di tutela nei confronti dei sanitari che dovrebbe tendere a migliorare le condizioni lavorative e mitigare sin da subito l’impatto di questa emergenza sul benessere, presente e futuro, dei professionisti sanitari. Al fine di raggiungere questo obiettivo, il Servizio sanitario nazionale dovrebbe sviluppare strumenti di risk assessment psicologico-emozionale destinati agli operatori sanitari, facendo particolare attenzione e valorizzando la loro dimensione umana oltre a quella professionale: un piano pratico per rafforzare la resilienza degli operatori della salute durante e dopo la pandemia, evitando che diventino le vittime ulteriori del peso psicologico, emozionale e cognitivo della situazione critica vissuta è per questo cogente», afferma Andrea Silenzi, vicepresidente della Società Italiana di Leadership e Management in Medicina (SIMM).

In altre parole, «durante l’emergenza – e anche quando saremo nella cosiddetta fase di “convivenza” con il virus – i professionisti sanitari dovrebbero poter ricevere adeguato supporto emotivo al fine di salvaguardarli dal rischio di dimenticare la propria natura umana. Il costo psicologico della pandemia per gli operatori della salute, di fatto, non può essere negato né sottostimato», dichiara Claudia Marotta, presidente della Associazione Italiana Giovani Medici (SIGM). 

Ultimo aggiornamento: 20:51 © RIPRODUZIONE RISERVATA