Aids, ceppi Hiv resistenti ai farmaci: allarme in 12 Paesi

Mercoledì 31 Luglio 2019
Continua a crescere la diffusione di ceppi di Hiv resistenti ai farmaci. Secondo l'ultimo report dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), in 12 Paesi di 3 continenti (Africa, Asia e America), un adulto su 10 ha dimostrato di non rispondere alle terapie standard. Il problema, come sottolinea un articolo pubblicato online sulla rivista scientifica Nature, sta raggiungendo «livelli allarmanti e inaccettabili».

«Le persone con Hiv vengono curate con la terapia antiretrovirale, che permette a chi ha contratto l'infezione di non trasmettere il virus e di rallentare o bloccare la progressione verso l' Aids. Ma in alcuni casi il virus può mutare in una forma resistente», spiega all'ANSA Andrea Antinori, direttore dell'Uoc Immunodeficienze virali dell'Istituto per le Malattie Infettive Spallanzani di Roma.

Per capirne la diffusione l'Oms ha condotto sondaggi dal 2014 al 2018 nelle cliniche di 18 Stati e ha esaminato i livelli di resistenza nelle persone che avevano iniziato il trattamento durante quel periodo. In 12 Paesi (Argentina, Eswatini, Cuba, Guatemala, Honduras, Namibia, Nepal, Nicaragua, Papua New Guinea, Sud Africa, Uganda, Zimbabwe) oltre il 10% degli adulti mostrava resistenza ai due farmaci che costituiscono la spina dorsale del trattamento: efavirenz e nevirapina. «Penso che abbiamo in qualche modo superato il limite», ha detto a Nature, Massimo Ghidinelli, specialista in malattie infettive presso la Pan American Health Organization di Washington DC. Complessivamente, il 12% delle donne presentava resistenza, rispetto all'8% degli uomini. «Particolarmente preoccupante», afferma il rapporto, «è l'alto livello di resistenza nei neonati con Hiv nell'Africa sub-sahariana».

Le cause rimangono ancora non del tutto comprese, spiega Silvia Bertagnolio, medico di malattie infettive presso l'Oms a Ginevra, e coautore del rapporto. Ma, sottolinea l'esperta su Nature, l'Hiv resistente potrebbe svilupparsi quando le persone interrompono il trattamento: ad esempio, molte donne potrebbero aver assunto antiretrovirali durante la gravidanza per prevenire l'infezione dei bambini, ma si sono fermate dopo il parto, invece di continuare a utilizzarli per tenere sotto controllo il virus. E, ad avere un ruolo, è anche lo stigma che pesa su chi deve assumere farmaci a vita o la carenza di terapie. Ma, osserva Antinori, anche «il tipo di terapie utilizzate: nei paesi più poveri, infatti, sono stati utilizzati fino ad oggi soprattutto alcuni farmaci a bassa barriera genetica che generano più resistenza.

Mentre il problema è molto inferiore nei Paesi più ricchi perché le opzioni terapeutiche sono più ampie e includono anche farmaci più costosi ma che consentono di minimizzare il problema della resistenza». In risposta al problema, l'Oms ha pertanto di recente raccomandato l'utilizzo di dolutegravir, farmaco più efficace e tollerabile di altri e con probabilità più bassa di provocare resistenza rispetto ad altri antiretrovirali.
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