CORONAVIRUS

Coronavirus, le mascherine sono utili o no? Come districarsi tra prevenzione e fake

Venerdì 31 Gennaio 2020 di Graziella Melina
«Girare per le strade con le mascherine o mettersele in aereo per proteggersi dal coronavirus è abbastanza insensato e completamento privo di fondamento». E non solo perché in Italia, come spiega Massimo Andreoni, direttore clinica delle Malattie infettive del Policlinico Tor Vergata di Roma, al momento «non c'è alcun timore di poter incontrare questo virus in qualsiasi luogo e situazione». Ma soprattutto perché, le mascherine «che usiamo noi, ossia quelle chirurgiche, non hanno un alto tasso di protezione». Eppure in questi giorni le farmacie sono state prese d'assalto, i magazzini hanno esaurito le scorte e qualcuno ha preferito accaparrarsele on-line. Fatica sprecata, e soldi spesi invano. A meno che non si decida di utilizzarle se si ha l'influenza. «Una persona con disturbi respiratori o se raffreddata - spiega Andreoni - farebbe bene a mettere la mascherina per proteggere gli altri, ma non se stesso». Dunque, prudenti sì, ma senza farsi prendere dal panico.

LA CASISTICA
«In questo momento - ribadisce l'infettivologo - possiamo vivere in maniera assolutamente tranquilla». E questo significa anche che nessuno oggetto di prodotto in Cina, e nessuna persona di origine asiatica, sono portatori del virus. «Il timore nei confronti delle persone orientali, in particolare cinesi, è anch'esso immotivato e incomprensibile - rimarca Andreoni -. La nostra attenzione è rivolta solo verso le persone che provengano da zone in cui in questo momento c'è l'infezione endemica. E dunque potrebbe trattarsi anche di un italiano. Si tenga conto poi che sono solo le persone malate che trasmettono il virus. Quindi, tutto ciò è alimentazione e oggettistica che proviene dalla Cina non deve essere ritenuto in nessuno modo infettante. Pur ammettendo che per esempio i ristoranti cinesi si servissero di prodotti provenienti dalla Cina e che il virus fosse presente nelle derrate alimentari, arrivato da noi sarebbe abbondantemente morto. Come tutti i virus, anche il coronavirus ha una capacità di resistenza nell'ambiente limitata a pochissime ore».

I TIMORI
È pur vero però che il timore del contagio è un fatto del tutto naturale. «A livelli profondi noi abbiamo sempre la paura dell'ignoto, di quello che non possiamo controllare - spiega lo psichiatra Gino Pozzi, medico responsabile dell'ambulatorio Disturbi d'ansia della Fondazione Policlinico Gemelli di Roma -. La paura delle malattie infettive spesso diventa irrazionale. Questi virus oltre a diffondersi potenzialmente in modo rapido, noi non li vediamo. E non essendoci un modo che ci protegga, oltre ai vaccini, questo ovviamente alimenta tutta una serie di fantasie e d'immaginario, che sconfina oltre la razionalità. Quando poi una malattia infettiva colpisce un gruppo etnico definito, socialmente riconoscibile, scatta lo stigma». Tra l'altro, di fronte alle epidemie recenti, alcuni studi sulla reazione di massa «hanno evidenziato che la posizione psicologica gira intorno a tre vertici di un triangolo: la paura, la negazione e la frustrazione. Per cui la gente tende ad avere questi stati d'animo senza mai invece assumere l'unico atteggiamento corretto, che è razionale e tiene conto delle reali misure che si devono adottare e della effettiva pericolosità di un'infezione».

Le precauzioni da prendere sono dunque le stesse che si adottano abitualmente per evitare infezioni che si trasmettono per via respiratoria, come l'influenza. «Visto che le mani sono il principale veicolo delle infezioni - ricorda Andreoni - occorre lavarle frequentemente e in maniera sufficiente per 30 secondi. Poi è necessario cercare di starnutire all'interno della piega del gomito e utilizzare fazzoletti usa e getta. È del tutto ragionevole, infine, non recarsi in zone pericolose in cui c'è la malattia in corso. In ogni caso, la quarantena è il sistema migliore per impedire che l'infezione si trasmetta ad altre persone». Ultimo aggiornamento: 19:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA