Mal di schiena nei trentenni, arriva la cura con gli anticorpi monoclonali

Mal di schiena nei trentenni, arriva la cura con gli anticorpi monoclonali
di Antonio Caperna
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Giovedì 10 Giugno 2021, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 17:34

Otto pazienti su dieci cominciano a star male prima dei 30 anni, con dolore e rigidità al fondo schiena che non passano e vengono scambiati per una lombalgia, curata con antinfiammatori non steroidei, antalgici o terapie fisiche. La patologia esordisce prima dei 40-45 anni, ma spesso l’esordio è precoce, intorno, appunto, ai 20-30 anni. Il decorso e la progressione negli uomini sembrano essere molto più rapidi che nelle donne. Per arrivare alla diagnosi di spondiloartrite assiale, malattia infiammatoria cronica articolare che in Italia colpisce oltre 200mila persone, servono in media sette anni. Anni in cui la schiena diventa sempre meno flessibile, e anche l’anca, la spalla, le mani e i piedi possono essere interessate dall’infiammazione. Con perdita progressiva della mobilità. Ora per i pazienti è in arrivo una nuova arma terapeutica, ixekizumab, anticorpo monoclonale già usato per psoriasi e artrite psoriasica, in grado di fermare la progressione togliendo il dolore. Emerge dallo studio Coast-Y.

«La diagnosi – sottolinea il professor Carlo Salvarani, direttore di Reumatologia del Policlinico di Modena – arriva tardi, spesso quando già c’è una compromissione della funzionalità della colonna vertebrale, che acquisisce l’aspetto a canna di bambù. Non di rado la terapia viene iniziata in fasi già avanzate. La risposta al trattamento è duratura ed efficace rispetto sia al miglioramento dell’attività di malattia e di qualità di vita che alla inibizione della progressione del danno vertebrale. Questi dati sono un’ottima notizia». Su 773 pazienti, la terapia a lungo termine con ixekizumab (Eli Lilly) protratta fino a due anni, consente in quasi il 90% dei casi di bloccare o rallentare al massimo la progressione della malattia valutata attraverso radiografia. Continua l’effetto positivo sul dolore e l’attività di malattia, che resta bassa nel 47% e in parziale remissione in un altro 20% dei casi, mentre il 56% ha un miglioramento dei sintomi di almeno il 40%.

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