Paolo Ruffini: «Così in "Perdutamente" racconto l'Alzheimer perché non sia più un tabù»

Paolo Ruffini: «Così in "Perdutamente" racconto l'Alzheimer perché non sia più un tabù»
di Ilaria Ravarino
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Giovedì 10 Marzo 2022, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 08:57

«Non avevo un interesse personale per il tema.

Ma questa malattia è a suo modo interessante, addirittura cinematografica. E la realtà di chi la vive è feroce e assurda». Così Paolo Ruffini, attore e autore livornese 41enne, racconta la sua esperienza come co-regista insieme a Ivana Di Biase di "PerdutaMente", viaggio nel mondo di una malattia, l’Alzheimer, «che colpisce una persona ma ne fa soffrire dieci, perché chi ama il malato la vive di riflesso, ne è una seconda vittima. Perché ora? Perché volevo fare una carezza alle famiglie che si sono sentite abbandonate durante il lockdown, soprattutto quelle che hanno in casa persone problematiche».

Dopo l’esperienza con" Up & Down–Un film normale"  documentario su una compagnia di attori con la sindrome di Down, Ruffini si è dedicato all’esplorazione del sentimento in relazione alla malattia, selezionando per 18 mesi le coppie protagoniste del suo film. «Affronto queste storie come qualsiasi altra storia, non mi muovo per percorsi di filantropia. Non lo faccio per eroismo ma per noia, perché in questo periodo poche cose riescono a emozionarmi. Eppure anche il pubblico ha risposto bene: PerdutaMente è uscito tre giorni al cinema ed è rimasto sempre tra i primi dieci incassi. Del resto se nessuno prova a raccontare queste storie, se si continua a temere il tabù, non esisterà mai una statistica che ci dica se funzionano al cinema o no». Un film che l’attore avrebbe voluto dedicare al padre, da poco scomparso, ma «non ho fatto nemmeno in tempo a farglielo vedere. Da questo film ne sono uscito a pezzi, raccontando quanto la vita sia ferocemente potente e quanto forte sia l’amore. Non ricordiamocelo solo durante la settimana di Sanremo». 

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