Cercansi bioingegneri e tecnici per le diagnosi: rivoluzione sanità con le nuove professioni

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di Francesca Sylos Labini
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Giovedì 13 Gennaio 2022, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio, 14:48

L'ingegnere è colui che risolve i problemi. Il bioingegnere è colui che risolve i problemi di salute.

In genere, per spiegare chi siamo, questa formula, aiuta a chiarire il concetto. Oggi, nei laboratori di ricerca l’ingegnere biomedico fa parte a tutti gli effetti del gruppo base. Sia si lavori lontano dal paziente, sia quotidianamente a contatto con lui. Dal neonato all’anziano. Dal più piccolo colpito da un danno neurologico al ragazzo vittima di un incidente stradale bloccato su una carrozzina, a chi ha bisogno di una mano bionica e a chi è stato colpito da un ictus. Il bioingegnere sviluppa anche metodi quantitativi per lo studio di sistemi biologici e fisiologici, ma anche metodi di elaborazione di segnali biologici.

Quando si parla, per esempio, di installare un neurostimolatore a livello della colonna piuttosto che progettare un esoscheletro (un apparecchio robotico indossabile che funge da arti artificiali) in grado di far camminare chi è sulla sedia a rotelle è fondamentale, tra medici e tecnici, il ruolo del bioingegnere. Una figura nata al Politecnico di Milano negli anni Novanta. Appare chiaro che questa figura, ormai, è parte integrante (spesso protagonista) di molti percorsi terapeutici. Che sia ricerca o che sia cura. Il lavoro, accanto ai pazienti o nei laboratori dell’Istituto Santa Lucia di Roma, ne è la prova. E appare altrettanto chiaro dalla lettura dello studio sulle professioni non mediche nella sanità italiana pubblica e privata firmato da EY-ManpowerGroup. Entro il 2030, si legge, assisteremo ad una crescita della domanda di lavoro per tutte le professioni. Tra queste, l’aumento della domanda è particolarmente significativo per ingegneri biomedici e bioingegneri (+9,2%), tecnici di apparati medicali e per la diagnostica medica (+7,5%) e ingegneri in telecomunicazioni (+7%). «Dall’analisi condotta si stima - spiega Andrea D’Acunto, people advisory services leader di EY in Italia - che la domanda di lavoro sarà in crescita in media del 4,4%. In aggiunta, il nostro modello ha stimato un incremento significativo della complessità della articolazione di queste professioni. Ci sarà una maggiore difficoltà di reperimento delle risorse». La speranza è quella che i giovani si avvicinino a questo tipo di studi, rendendosi conto che, così, riescono ad unire la loro competenza di ingegnere meccanico o informatico con la medicina. Riuscendo così ad essere vero protagonista di una rivoluzione che, peraltro, abbiamo già sotto i nostri occhi. Miscelando, in una sola professione, elettronica, informatica, competenze nella progettazione, fisiologia e anatomia. Senza dimenticare quella componente emotiva che, spesso, non viene valutata nell’ingegnere tipo che si ha nell’immaginario collettivo. Un’emozione che, in noi, invece si fa forza e voglia di andare avanti nella ricerca quando vedi un bambino nato con un danno muoversi come dovrebbe, quando un ragazzo rimasto paralizzato da una caduta sugli sci riesce a fare qualche passo con l’esoscheletro. Raccontare una storia vera può aiutare a far capire. Un giorno stavo parlando dell’esoscheletro con un giovane ventenne che non poteva più camminare per un incidente ed era ricoverato nel reparto di Neuroriabilitazione. Ad un certo punto, a freddo, mi dice: «Certo, mi piacerebbe tanto tornare a mettermi in piedi ma se devo sembrare RoboCop mi sa che rinuncio anche alle prove. E preferisco la mia sedia a rotelle alla quale mi sono abituato». Abbiamo sorriso e gli ho assicurato che non sarebbe mai apparso né sentito come il poliziotto di Detroit. Da quelle sue parole abbiamo imparato tanto, ne abbiamo fatto tesoro una volta davanti ai computer, al progetto e ai calcoli matematici. Con ironia qualcuno ci definisce come gli “ingegneri con l’anima”. Chissà. Certo è che questo è solo l’inizio. I nostri figli, i miei piccoli Beatrice e Paolo, i loro amici e i nostri futuri nipoti avranno molto a che fare con gli “ingegneri con l’anima”.

*Ingegnere biomedico, ricercatrice all’Università Tor Vergata e Fondazione Santa Lucia di Roma 

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