Covid, monoclonali a casa e antinfiammatori: svolta sulle cure per i nuovi contagiati. Quali farmaci usare

Monoclonali a casa, svolta nelle cure

Covid, monoclonali a casa e antinfiammatori: svolta sulle cure per i nuovi contagiati
di Mauro Evangelisti e Graziella Melina
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Sabato 24 Aprile 2021, 00:00 - Ultimo aggiornamento: 25 Aprile, 11:10

C’è un algoritmo per calcolare il livello di rischio di un paziente contagiato da Sars-CoV2, ma compare anche una serie di test pratici (del cammino e della sedia) per valutare la presenza di desaturazione sotto sforzo. Sono solo alcuni dei punti, ovviamente non i più importanti, del nuovo protocollo per le cure domiciliari. L’idrossiclorochina è stata definitivamente scartata. L’eparina è utile, ma solo a determinate condizioni. E gli anticorpi monoclonali sono una nuova arma da estrarre fin dalle cure domiciliari, ma solo con il coordinamento di centri ospedalieri e con una tipologia definita di pazienti, purché non abbiano già la polmonite. Infine, in caso di febbre, si punta su paracetamolo e antinfiammatori non steroidei.

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Il nuovo protocollo delle cure a domicilio, che i medici di base dovranno seguire di fronte a un paziente risultato positivo, è stato elaborato dal Dipartimento prevenzione del Ministero della Salute, è pronto e nelle prossime ore sarà diffuso, si devono prima integrare alcune osservazioni del Consiglio superiore di sanità.

POLEMICHE

Arriva dopo un lungo percorso lastricato di polemiche, passando per il Senato, dove l’8 aprile è stato approvato un ordine del giorno unitario, con parere favorevole del sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, che impegnava il governo ad aggiornare le linee guida servendosi di Istituto superiore di sanità, Agenas e Aifa. Il testo precisa meglio uno dei concetti che avevano suscitato polemiche nella prima versione del protocollo: la «vigile attesa». Se non ci sono sintomi, ma c’è solo il tampone positivo, non significa che comunque il paziente debba essere lasciato al proprio destino: il medico di base lo deve seguire e se i parametri cambiano poi si deve intervenire. Per questo vengono fissati alcuni valori su cui basare le risposte terapeutiche: oltre alla temperatura, gli score di attenzione riguardano la frequenza respiratoria, il livello di coscienza, la temperatura corporea sia per le fasi iniziali, sia per quelle tardive, la saturazione.

La novità più interessante riguarda, anche per le cure domiciliari, gli anticorpi monoclonali: possono essere somministrati solo nella prima parte della malattia, non se c’è già una polmonite in corso; vanno dati, inoltre, a quei pazienti che rischiano di finire in terapia intensiva, come persone obese, diabetiche, in dialisi per fare alcuni esempi. Ma come si è arrivati al nuovo protocollo? L’Agenzia italiana del farmaco, lo scorso dicembre, stila un documento in cui raccomanda la somministrazione di paracetamolo e poi una vigile attesa del paziente. Quelle linee guida ad alcuni operatori sanitari non piacciono, soprattutto nella parte della “vigile attesa”. Alcuni si costituiscono in un “Comitato Cura Domiciliare Covid” e ricorrono al Tar. I giudici amministrativi a marzo accettano il ricorso. Per capire però come si sbroglia la questione bisognerà aspettare l’udienza pubblica del 20 luglio. Ma intanto il ministero non ci sta, si rivolge al Consiglio di Stato e ottiene ragione. Così ora si torna al punto di partenza. Cioè alle linee guida del 9 dicembre. In realtà, come detto, un nuovo documento aggiornato con le indicazioni del ministero sulle cure domiciliari è già pronto.

 

Ecco che nella nuova versione «viene sottolineata la possibilità di avviare i pazienti affetti da Covid di recente insorgenza e con sintomi lievi-moderati, alla terapia con anticorpi monoclonali». Per quanto riguarda «gli anti-infiammatori non steroidei (Fans), «è lasciata alla discrezionalità del medico curante la scelta rispetto al paracetamolo, in ragione delle peculiarità dei singoli casi». Ma c’è anche chi una cura la sta sperimentando sul campo.

ALTERNATIVA

La proposta terapeutica, nata da un’intuizione di Fredy Suter, primario emerito di malattie infettive dell’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo e poi resa concreta grazie a Giuseppe Remuzzi, direttore del Mario Negri di Milano e ai suoi ricercatori, parte da un presupposto: niente vigile attesa. Appena si manifestano i sintomi, meglio prescrivere gli antinfiammatori, in questo modo «si può prevenire la reazione infiammatoria che, se presa in tempo, è curabile a domicilio dal medico». Grazie a questa terapia, come si evince dalla studio pubblicato su Clinical and Medical Investigations, solo due pazienti su 90 (2,2 per cento) hanno avuto bisogno di ricovero (rispetto ai 13, il 14,4 per cento, del gruppo per il quale ci si era limitati alla vigile attesa, dunque la differenza è del 12,2 per cento). I giorni di ospedalizzazione scendono a 44 contro 481.  

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