West Nile, a Padova ricoverati in terapia intensiva superano pazienti Covid: «Quest'anno virus dà problemi neurologici»

La responsabile della Neuroanestesia di Padova dice che quest'anno si vedono molto di più forme neuroinvasive della malattia

West Nile, a Padova ricoverati in terapia intensiva superano pazienti Covid: «Quest'anno virus dà problemi neurologici»
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Mercoledì 24 Agosto 2022, 17:14 - Ultimo aggiornamento: 26 Agosto, 07:44

A Padova il sistema sanitario si sta concentrando molto sul virus West Nile, il cui contagio dipende dalla puntura di una zanzara. Per la prima vota i ricoverati in rianimazione che hanno contratto questo virus superano i pazienti Covid. Inoltre, quest'anno il virus sembra attaccare in modo particolarmente aggressivo il sistema neurologico.

«Lavoro da oltre 30 anni in terapia intensiva e avevo visto una sola encefalite da virus West Nile in tutti questi anni, prima d'ora. Oggi abbiamo 10 ricoverati in reparto a Padova. Nel 2018 c'era stata un'altra ondata intensa in Italia, che però nel nostro territorio non aveva raggiunto questi livelli. Questo tipo di neuroinvasività in effetti non l'avevamo mai visto con questi numeri. All'inizio, quando i pazienti hanno cominciato ad essere 2, 3, poi 4, siamo rimasti sorpresi. Sta un pò prendendo il posto del Covid. Il rapporto, come spiegato dal nostro direttore generale, oggi è 10 ricoverati per West Nile e 2 per Covid in terapia intensiva». A raccontarlo all'Adnkronos Salute è Marina Munari, responsabile della Neuroanestesia e Neurorianimazione dell'Azienda ospedale università di Padova. «Il Veneto e in particolare il Polesine sono una zona a rischio per il West Nile ma, pur essendo un'infezione che c'è da molto tempo, con questa espressività soprattutto a livello neurologico non l'avevamo mai conosciuta. Ecco perché ci ha colto di sorpresa. I pazienti più gravi, avendo questo coinvolgimento del sistema nervoso - spiega - devono avere l'accesso in terapia intensiva e rimangono ricoverati per settimane. C'è anche un impatto sul sistema sanitario ovviamente, in termini di minor ricambio e conseguente minor disponibilità di letti. Nelle altre stagioni in terapia intensiva l'impatto di West Nile era stato praticamente zero qui. Come è noto, l'80% delle persone che si infettano sono asintomatiche, il 20% sviluppa una sindrome influenzale e un 1-2% ha un'espressività a livello neurologico un pò più aggressiva ed è quello che registriamo quest'anno».

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«Probabilmente questi casi sono sempre l'1-2% - ragiona Munari - Ma quest'anno potrebbero esserci molte più persone che hanno avuto l'infezione e le forme neuroinvasive si vedono di più. Non possiamo saperlo, essendo gli infetti in gran parte asintomatici. Ma credo che questa possa essere una spiegazione. Oppure una mutazione del virus che lo rende più aggressivo per quanto riguarda il sistema nervoso, ma se il virus sia mutato è una risposta che potranno dare i microbiologi. L'ospedale di Padova sta facendo analisi di questo tipo. Stiamo cercando di valutare questi pazienti su più fronti, con indagini da un punto di vista neuroradiologico e bioumorale per cercare di capire al meglio quello che è possibile fare anche da un punto di vista terapeutico, perché non ci sono in queto momento vaccini o altre terapie specifiche che possono mettere al riparo questo tipo di pazienti».

«Ora - dice Munari - speriamo che il caldo se ne vada e che le infezioni si riducano di conseguenza. Gli ultimi pazienti sono stati ricoverati nel weekend ed è presto per capire cosa succederà. Credo che bisognerà aspettare una quindicina di giorni per vedere se questa situazione stia andando verso un miglioramento e se nel giro di poco il West Nile ci lascerà come succede ogni anno. Noi abbiamo avuto il primo paziente a metà luglio e poi abbiamo visto un'accelerazione in particolare nei primi dieci giorni di agosto. Adesso la situazione sembra essersi stabilizzata però è difficile dirlo, perché in mezzo c'è stata un pò di riduzione del caldo. Se ricominciano le alte temperature bisognerà capire cosa succede». «Il messaggio che lanciamo oggi - conclude - è che il West Nile quest'anno ha un'incidenza maggiore degli altri anni. Non dobbiamo fare terrorismo a livello della popolazione perché i casi più gravi con sintomi neuroinvasivi sono l'1-2% di tutta la popolazione che può essere infettata. Ci sono dei mezzi di prevenzione: quelli collettivi, quelli messi in atto dal Comune per disinfestazioni e altro. E ci sono tutta una serie di misure individuali: l'uso di repellenti, stare attenti a come ci si veste soprattutto nelle ore serali e notturne e atteggiamenti di tipo prudenziale come svuotare sottovasi, piante e ristagni d'acqua. È chiaro poi che il paziente fragile è più a rischio».

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«I pazienti che abbiamo in questo momento ricoverati in terapia intensiva all'ospedale di Padova con forme gravi neuroinvasive di West Nile hanno un'età media di 74 anni e comorbidità», patologie di base. «Sono soprattutto maschi. Poi ci sono anche persone di età inferiore a 60 anni che hanno un interessamento del sistema nervoso minore e non hanno necessità di accesso» in rianimazione. «Il caso più giovane in terapia intensiva aveva 51 anni». A tracciare l'identikit dei pazienti colpiti più duramente dal virus è sempre Marina Munari. I sintomi delle forme neuro-invasive? «Quello che accomuna un pò tutti questi casi è una febbre iniziale, anche abbastanza violenta in alcuni casi», illustra l'esperta. «Poi, a seconda che ci sia un'encefalite o una meningoencefalite c'è un'alterazione della coscienza che a volte può arrivare fino al coma o altri disturbi neurologici e focali e i pazienti che abbiamo visto adesso sono caratterizzati pressoché nella totalità da una paralisi flaccida che interessa tutti e quattro gli arti». È una condizione «importante e molto gravosa dal punto di vista clinico, fa sì che vi sia dipendenza dalla ventilazione meccanica, perché il paziente non è in grado di respirare da solo». Queste persone, continua Munari, «rimangono a lungo in terapia intensiva. Al momento i ricoverati in questo reparto sono 10, su 15 che si trovano in ospedale per West Nile. Le loro sono degenze lunghe anche se l'esito è favorevole, anche oltre la terapia intensiva, perché sono pazienti che avendo una paralisi flaccida hanno bisogno di riabilitazioni molto, molto lunghe. Il primo paziente con sintomi neuroinvasivi da West Nile lo abbiamo ricoverato a metà luglio ed è passato poco tempo per dire quale sia l'impatto di eventuali sequele. Credo sia molto difficile che queste forme lascino senza» strascichi, «perlomeno a breve termine. Il recupero richiede mesi in questi casi e bisognerebbe fare un follow up a 6, 9, 12 mesi per capire qual è l'esito. In letteratura gli esiti zero sono percentualmente minori rispetto a moderati e gravi. L'impatto non è banale».

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