Variante Delta «rende impossibile l'immunità di gregge, il coronavirus non è come il morbillo»

Variante Delta «rende impossibile per ora l'immunità di gregge, il coronavirus non è come il morbillo»
di Mario Landi
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Mercoledì 11 Agosto 2021, 09:14 - Ultimo aggiornamento: 12 Agosto, 00:17

La variante Delta rende impossibile per ora il raggiungimento dell'immunità di gregge perchè ci troviamo di fronte a un virus e una malattia che non è come il morbillo. Questo coronavirus muta, i vaccini non sono una barriera totale, sono barriere estremamente efficaci contro le conseguenze gravi e gravissime di questo coronavirus. Questo in sintesi ciò che dice Andrew Pollard che nel Regno Unito presiede il Comitato congiunto per la vaccinazione e l'immunizzazione (Joint Committee on Vaccination and Immunisation - JCVI). Pollard è un professore di Oxford, direttore del Centro Vaccini dell'Università di Oxford ed è fra i ricercatori che hanno contribuito a mettere a punto il vaccino prodotto da AstraZeneca.

«Non è possibile» raggiungere l'immunità di gregge con l'attuale variante Delta del coronavirus, ha detto il professor Andrew Pollard, affermando che «questo virus non è il morbillo. Se il 95 per cento delle persone è stato vaccinato contro il morbillo, il virus non può trasmettersi nella popolazione», ha detto. Ma «la variante Delta infetterà ancora le persone che sono state vaccinate. E questo significa che chiunque non sia ancora vaccinato a un certo punto incontrerà il virus e non abbiamo nulla che possa fermare completamente quella trasmissione», ha aggiunto. Il concetto di immunità di gregge si basa sul fatto che la grande maggioranza di una popolazione che ottiene l'immunità fornisce, a sua volta, una protezione indiretta da una malattia infettiva per i non vaccinati e per coloro che non sono mai stati infettati in precedenza.

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L'immunità di gregge dal Covid al momento «non è una possibilità», ha dunque ribadito il professor Pollard in un'audizione di fronte a una commissione parlamentare. 

Pollard ha spiegato che gli antidoti attualmente a disposizione si stanno rivelando efficaci per «rallentare» la pandemia e contenerne gli effetti gravi (morti e ricoveri), ma non possono rappresentare una barriera totale contro le nuove mutazioni. Pollard ha quindi aggiunto che ulteriori varianti ancor più aggressive non sono da escludere e ha insistito che non si può al momento immaginare il programma vaccinale alla stregua di una percorso verso «una mitica immunità di gregge».

Sulla stessa lunghezza d'onda il professor Paul Hunter, virologo all'università di East Anglia, e la professoressa Devi Sridhar, direttrice del dipartimento di Igiene e Sanità Pubblica nell'ateneo di Edimburgo, secondo i quali i vaccini hanno «inciso» sulla pandemia, ma non hanno ancora «risolto» il problema d'una malattia destinata ad assumere per adesso se non altro caratteristiche stagionali.

Qui il professor Hunter parla dell'immunizzazione dei ragazzi di 17 anni. Dice che i dati sugli anticorpi suggeriscono che la grande maggioranza dei 17enni ha già avuto l'infezione e l'ha risolta. E poi dice che comunque è necessario vaccinare i teenager appartenenenti a questo gruppo d'età. 

Hunter ha evocato come «assolutamente inevitabile» la comparsa futura di nuove varianti in grado di sfuggire alla protezione dei vaccini attuali, tenuto conto che una parte dei vaccinati continua comunque a contagiare i non vaccinati anche se infettata in modo non grave; e che persino nel Regno Unito, dove si è a livelli record di copertura media vaccinale della popolazione adulta in occidente, quasi un terzo degli abitanti non ha tuttora ricevuto neppure una dose. 

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L' immunità di gregge si basa su una grande maggioranza di una popolazione che guadagna l'immunità - sia attraverso la vaccinazione o l'infezione precedente - che quindi può fornire una protezione indiretta da una malattia infettiva per i non vaccinati e coloro che non sono mai stati precedentemente infettati. Per quanto riguarda il coronavirus si è stabilito che si raggiunge quando almeno il 70% della popolazione riceve due dosi di vaccino: in Italia vuole dire almeno 42 milioni di persone vaccinate (oggi mentre scriviamo quasi 35 milioni di italiani hanno completato il ciclo vaccinale). 

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Ma al di là delle preoccupazioni degli scienziati sulle mutazioni del virus, rapide purtroppo, perché raggiungere l'immunità di comunità è comunque importantissimo?

Una cosa è certa: le persone che non sono immunizzate aumentano la possibilità che loro e altri prendano la malattia. E bisogna ricordare che esistono persone che devono potersi affidare all'immunità di gregge piuttosto che a quella individuale per fermare una malattia. Non lo scelgono, sono obbligate. Sono le persone senza un sistema immunitario completamente funzionante (pensate a chi ha interi organi fuori uso, persone in trattamento chemioterapico perché affette da patologie oncologiche il cui sistema immunitario è indebolito, le persone affette da HIV, i neonati, le persone anziane e le persone ospedalizzate). 

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La variante Delta non è solo più infettiva e aumenta la trasmissibilità del virus, anche nelle persone vaccinate, ma rispetto alle altre varianti causa la malattia da Covid-19 in forme più gravi in chi non è vaccinato e aumenta le probabilità di essere ricoverati. Lo precisano i Centers for diseases control (Cdc) americani nel loro ultimo aggiornamento pubblicato sul loro sito. Da due diversi studi condotti in Canada e Scozia è emerso, scrivono i Cdc, «che le persone contagiate con la variante Delta sono più a rischio di essere ricoverate rispetto a chi è stato contagiato dalla variante Alfa del virus o il ceppo originale di Wuhan». Nel loro aggiornamento, i Cdc ribadiscono la necessità urgente di aumentare la copertura vaccinale nella popolazione, e raccomandano a chiunque si trovi in aree ad alta trasmissione di indossare la mascherina nei luoghi pubblici al chiuso, anche se vaccinati con due dosi. Con la variante Delta, ricordano I Cdc, anche chi è immunizzato può diffondere il virus ad altri, pur rimanendo infettivo per un periodo di tempo più breve.

Un recente studio condotto dall'Imperial College di Londra (dati da fine maggio a inizio luglio 2021) riporta che le persone completamente vaccinate tra i 18 e i 64 anni hanno circa il 49% in meno di rischio di essere infettate rispetto alle persone non vaccinate. I risultati hanno anche indicato che le persone completamente vaccinate hanno circa tre volte meno probabilità di risultare positive dopo essere entrate in contatto con qualcuno che ha il Covid (3,84%, dal 7,23%). Ecco cosa si intende quando si dice che il vaccino non è una barriera totale, ma è comunque una barriera fondamentale. 

Il tema di discussione che pongono i ricercatori dell'Imperial College è questo: nel Regno Unito c'è stato un grande successo della campagna di vaccinazione, le infezioni sono aumentate esponenzialmente guidate dalla variante Delta, c'è un'alta prevalenza dell'infezione tra i più giovani, non vaccinati, nonostante la doppia vaccinazione continuasse a ridurre efficacemente la trasmissione. Anche se una crescita più lenta dei contagi o un declino della curva può essere osservata durante l'estate nell'emisfero settentrionale (vengono citate le vacanze scolastiche, il maggior tempo trascorso all'aperto e le interazioni sociali ridotte), senza ulteriori interventi - si legge nello studio dell'Imperial - l'aumento della socialità durante l'autunno in presenza della variante Delta può portare a una nuova crescita di contagi, anche ad alti livelli di vaccinazione.

 

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