​Vaccino Covid. Profilassi, il piano del Lazio: «Sputnik lo produciamo noi»

Vaccino Covid. Profilassi, il piano del Lazio: «Sputnik lo produciamo noi»
di Mauro Evangelisti
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Venerdì 12 Febbraio 2021, 00:07 - Ultimo aggiornamento: 10:52

Il piano è audace: siglare un accordo con Gamaleya Research Institute, società vicina al Ministero della Sanità della Russia, per produrre in un’azienda dell’importante polo farmaceutico del sud del Lazio, il vaccino Sputnik 5. L’assessore regionale alla Sanità, Alessio D’Amato, ci sta lavorando, con molta discrezione, ma l’obiettivo di fondo è costruire l’autosufficienza sul fronte delle dosi a disposizione per non dipendere sempre dagli alti e bassi delle forniture delle compagnia farmaceutiche. Ma questa operazione non rischia di far perdere di significato all’investimento che sia il Lazio sia lo Stato italiano hanno fatto su ReiThera, la società farmaceutica di Castel Romano che sta sperimentando un vaccino made in Italy? No, perché ormai appare molto probabile che la campagna vaccinale, come avviene per l’influenza, debba ripetersi ogni anno anche per Sars-CoV-2, quindi più opzioni ci saranno, più dosi saranno disponibili, più serenamente e senza traumi sarà possibile affrontare le prossime fasi di convivenza con il virus.

Vaccino Sputnik-Lazio, lo scenario

Andiamo per ordine, partendo da alcuni flash. Varie regioni, a partire da Veneto, Friuli, Emilia-Romagna e Lazio, a causa della carenza di dosi a disposizione, stanno provando ad acquistare vaccini sui mercati internazionali. Sempre in Veneto, l’azienda farmaceutica Fidia, di Abano Terme (Padova), conferma la propria disponibilità «a partecipare alla produzione di vaccini anti Sars Covid-19, nel rispetto degli accordi in essere con gli attuali partners». Si è ipotizzata la realizzazione su licenza dei vaccini di Pfizer e Moderna. Altra immagine: ieri Agostino Miozzo e Fabio Ciciliano, rispettivamente, coordinatore e segretario del Cts (Comitato tecnico scientifico), hanno svolto un sopralluogo nel nuovo Centro Vaccini al parcheggio Lunga Sosta dell’aeroporto di Fiumicino. È il più grande d’Italia, in teoria può eseguire 3.000 vaccinazioni al giorno. «Noi abbiamo una macchina da guerra pronta - garantiva ieri D’Amato - ma tutto dipende dalle dosi che ci inviano, che sono ancora molto meno di quante ne servirebbero».

Bene, partendo proprio da questo scenario e dal documento diffuso l’altro giorno dalla Conferenza delle Regioni, secondo il quale le forniture dei vaccini sono ancora insufficienti, il Lazio è alla ricerca di una strada alternativa. La recente pubblicazione su una rivista prestigiosa come The Lancet dei risultati dell’efficacia di Sputnik 5 (al 91 per cento) ha fatto crescere la richiesta di acquistare anche questo vaccino in Italia. C’è un ostacolo: il percorso autorizzativo di Ema per Sputnik non è ancora iniziato, Aifa (agenzia del farmaco italiano) potrebbe in via emergenziale imitare l’Ungheria e approvarlo solo per il nostro Paese. Ma al momento ci sono forti perplessità. Il Lazio però è convinto che se la produzione dovesse avvenire in un’industria nazionale, dove gli standard qualitativi sono garantiti e conosciuti al contrario di quelli russi, le autorità regolatorie potrebbero essere meno fredde.

Va detto che Sputnik 5, dopo le perplessità suscitate inizialmente, sta attirando interesse: già è stato autorizzato, oltre che in Ungheria, anche in Serbia, in Argentina, in Messico e negli Emirati Arabi, per citare solo alcuni esempi. Si tratta di un vaccino che utilizza due adenovirus umani per le due iniezioni, con una tecnica non distante da quella di AstraZeneca. E non è un caso che proprio AstraZeneca abbia siglato un accordo con Gamaleya per produrre un nuovo vaccino ancora più efficace che prenda il meglio dei due esistenti. L’altro giorno il direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, Francesco Vaia, ha lanciato un appello: «Per superare in questa fase drammatica ed eccezionale logiche di monopolio e di profitto si cedano i brevetti, anche in maniera remunerativa, senza penalizzare le aziende».
 

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