Vaccino, l'infettivologo: «I guariti hanno anticorpi per un anno. Con il siero l'effetto sarà lo stesso»

Vaccino, l'infettivologo: «I guariti hanno anticorpi per un anno. Con il siero l'effetto sarà lo stesso»
di Graziella Melina
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Lunedì 31 Maggio 2021, 07:08 - Ultimo aggiornamento: 11:16

«Gli anticorpi contro il sars cov 2 sono presenti per almeno 10 mesi». Saverio Parisi, ordinario di malattie infettive dell'Università di Padova, lo ha dimostrato studiando la risposta immunitaria degli operatori sanitari che si sono infettati lo scorso inverno. «Ad oggi - spiega l'intervallo che abbiamo potuto studiare sulla persistenza degli anticorpi è uno dei più lunghi finora pubblicati. La coorte analizzata, dalla numerosità anche più consistente, permetterà altre valutazioni, possibili solamente grazie all'arruolamento tempestivo e all'analisi seriata già effettuata. I dati intanto chiariscono diverse questioni. Abbiamo dimostrato anche che la risposta ad una dose a 20 giorni in individui con infezione precedente di 10 mesi è consistente, molto più robusta che in soggetti sani dopo 20 giorni dalla seconda dose di vaccino».

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Si tratta di un risultato che fa ben sperare.
«Sì. Per quel che riguarda i malati, sappiamo che la risposta dura almeno circa un anno. Sappiamo anche che i malati con pochi sintomi non ospedalizzati e gli asintomatici, che abbiamo diagnosticato e seguito in quanto operatori sanitari, presentano anticorpi neutralizzanti su sangue periferico determinabili dopo una mediana di 313 giorni. Quindi uno degli intervalli più lunghi tra gli studi pubblicati sino ad oggi in questo tipo di pazienti con pochi o nessun sintomo al momento dell'infezione».


Quale è stata la risposta al vaccino?
«I valori raggiunti dai già malati dopo 3 settimane erano molto più elevati dei valori ottenuti dai soggetti normali dopo tre settimane dalla seconda dose. In sostanza, una somministrazione si è rivelata molto efficace nei soggetti già malati, addirittura con titoli molto superiori rispetto a soggetti precedentemente sani con due somministrazioni. La massa di studi, sia quelli definitivi che quelli ancora non del tutto perfezionati nel loro iter di pubblicazione ma già resi pubblici, indica che i già malati tendenzialmente hanno una memoria dell'infezione che è determinabile anche dopo un anno. Inoltre, i soggetti che non dimostrano di avere anticorpi quantificabili, oppure li hanno a basso titolo, se sottoposti a vaccinazione, hanno tutti una risposta molto consistente».

 


E per i soggetti vaccinati, qual è la durata degli anticorpi?
«La storia naturale del decadimento dopo l'infezione la stiamo valutando da febbraio-marzo 2020. I vaccinati non hanno ancora una storia lunga quanto i malati. Ma è ragionevole pensare che avranno un decadimento che può essere paragonabile».


Per sapere se si è immuni fanno fede solo gli anticorpi?
«No, non è l'unico parametro di valutazione. Il secondo indicatore possono essere le cellule B di memoria, che sono quelle che producono questi anticorpi. Si è visto che in alcuni casi, i pazienti conservano frammenti di virus nel tessuto di intestino, oppure nel midollo. Questo significa che il sistema immunitario può continuare a generare cellule che dureranno a loro volta più a lungo. Esistono poi le cellule T, anch'esse possono agire contro il virus e concorrere a distruggere le cellule infettate. Insomma, tutte queste truppe già schierate o questa memoria già pronta a schierarne altre, hanno tempi di risposta che varia a seconda della tipologia di soggetti infettati. Tutto dipende dal tipo di barriera di cui si dispone e dalla velocità con cui si risponde al virus».


Con il vaccino si è protetti già con una dose?
«Per rispondere efficacemente al virus è fondamentale completare il ciclo vaccinale. Il nostro studio ha dimostrato che i soggetti già infetti dopo una dose vanno molto meglio dei vaccinati dopo due dosi. Nei vaccinati dopo una dose, invece, i livelli sono molto bassi. Questo secondo lo studio che abbiamo pubblicato con colleghi di Belluno e Siena su International Journal of Infectious Diseases».


E con le varianti cosa cambia?
«Sappiamo dalla letteratura che c'è una diversa risposta con la variante inglese, quella sud africana, quella brasiliana. I nostri risultati, ancora in corso, ci inducono a dire che una buona risposta è molto utile per arginare anche la diffusione di varianti. Ragion per cui è bene che tutti i soggetti completino il ciclo vaccinale per contrastare al più presto la diffusioni di varianti».

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