Scuola, Miozzo: «Test e lezioni all'aperto, ma turni solo dove serve»

Scuola, Miozzo: «Test e lezioni all'aperto, ma turni solo dove serve»
di Mauro Evangelisti
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Domenica 18 Aprile 2021, 00:06 - Ultimo aggiornamento: 19 Aprile, 09:36

«Giusto fare test a campione e lezioni all’aperto, turni solo dove serve. Ma la riapertura delle scuole è un grande risultato». Agostino Miozzo, già dirigente della Protezione civile e coordinatore del Comitato tecnico scientifico, oggi è consigliere del Ministero della Pubblica istruzione.

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Lei è sempre stato un sostenitore della scuola in presenza. Dopo l’annuncio del premier Draghi ha festeggiato?
«Posso citare gran parte del comitato tecnico scientifico, dei docenti, dei presidi, molti genitori. Non solo io, ma in tanti abbiamo sempre sostenuto la necessità di guardare alla scuola come una priorità. Per certi aspetti è una soddisfazione vedere che finalmente la scuola riapre, anche se c’è un po’ di tristezza, perché sono passati mesi e mesi prima di arrivare a questa decisione. Scontiamo il fatto che il sistema scolastico non era preparato ad alcuna forma di emergenza. Si è presentato in maniera improvvida, impreparata, incapace di reagire. Altri paesi hanno reagito diversamente: nel Nord Europa il distanziamento non era un problema perché avevano spazi differenti, la scuola all’aperto era nella loro cultura. Le scuole in Francia, Germania, Inghilterra ma anche in Spagna sono rimaste aperte, salvo nei momenti di massima crisi. Noi siamo stati tra i paesi europei che hanno chiuso di più. Con un approccio tra l’altro schizofrenico, con una regione che apriva, un’altra chiudeva».

Lei è nonno, che conseguenze vede per i bambini e gli adolescenti da quest’anno e mezzo di lezioni a distanza?
«Le mie nipoti vivono in Spagna, sono in età da scuola elementare, e a Valencia non sono mai rimaste a casa. Nei coetanei italiani questo lungo periodo senza lezioni lascerà segni importanti. Basta vedere che succede nei reparti di psichiatria infantile, non stiamo né drammatizzando né enfatizzando i problemi. I neuropsichiatri infantili dicono di avere i reparti strapieni, i tentativi di suicidio e autolesionismo sono molti. E questo aspetto della violenza, delle risse tra grandi gruppi, è un segnale di squilibrio. Questa generazione sta male. E quali saranno i segnali del mancato apprendimento? Per un anno e mezzo i ragazzi hanno seguito una didattica a distanza che, nonostante gli sforzi, è stata improvvisata, è stato un esperimento. Ma gli esperimenti in emergenza sono destinati a fallire».

Quali sono le insidie dal punto di visto epidemiologico del ritorno in aula?
«Dobbiamo essere onesti: le scuole non sono esenti da rischi. Ma bisogna fare una distinzione tra l’interno e l’esterno della scuola. All’interno, certo, c’è una quota di rischio di contagio, ma ridotta dalle regole, dall’attenzione dei docenti. Se la scuola funziona bene, il ragazzo mantiene le distanze e usa le mascherine in aula. All’esterno restano i problemi dei trasporti e degli assembramenti. Sui quali, però, molto è stato fatto. I prefetti hanno svolto un lavoro pazzesco, va data continuità e applicazione alle indicazioni e ai report presentati dalle prefetture. Se serve bisogna noleggiare nuovi bus, per fare un esempio».

Serviranno turni e ingressi scaglionati?
«Le decisioni vanno prese localmente, perché non tutte le realtà sono simili, anche all’interno della stessa città. Devono essere i direttori didattici, consultando autorità regionali, comunali e tavolo prefettizio a verificare le condizioni. A livello nazionale si può dire: mantenete distanze e organizzate i trasporti, ma poi l’applicazione pratica va fatta a livello locale».

La bella stagione può aiutare a fare lezioni all’aperto?
«Esatto, è un aspetto importante, che va incentivato perché all’esterno si riducono le possibilità di contagio. Certo, è più semplice farlo negli istituti delle piccole e medie città, o nelle periferie, meno nelle sedi in palazzi dei centri storici. Ma con spirito di iniziativa, capacità di adattamento e fantasia si può fare molto. La scuola all’aperto ha più storia della dad, non è una cosa nuova».

Cosa si aspetta per l’autunno?
«Se non ci saranno brutte sorprese sul fronte delle forniture vaccinali, avremo raggiunto una vasta copertura. Non significa che saremo nella normalità assoluta, dovremo continuare a usare precauzioni e vigilare sulle varianti. Però credo che le scuole chiuse potranno essere solo una memoria del passato dal prossimo autunno».

Per ragioni pratiche non è stato possibile applicare la formula dei tamponi in tutte le scuole. Perché non farli a campione?
«L’Italia su questo è a macchia di leopardo. Alcuni paesi, città, regioni lo fanno. Questo discorso con il Ministero della Salute deve proseguire, svolgendo dei controlli a campione. Si sceglie la scuola X un giorno, la scuola Y un altro, e valuti così ciclicamente l’evoluzione del contagio».

Il 26 aprile inizia una graduale riapertura del Paese. Siamo pronti a questa svolta?
«Diciamo che ho l’ottimismo della volontà, ma anche il pessimismo della ragione. Il sistema paese non regge più con queste chiusure, ma la scienza non può dare indicazioni politiche, non può dire che un metro è 50 centimetri. Possiamo prendere dei rischi perché valutiamo le condizioni nel loro complesso. Condivido la necessità delle aperture, con prudenza e attenzione. Dobbiamo essere molti attenti a non riaprire tutte le attività insieme, giusta la gradualità».
 

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