Miozzo: «Scuola, errore delle Regioni. Io me ne vado, sono stanco»

Miozzo: «Scuola, errore delle regioni. Io me ne vado, sono stanco»
di Mauro Evangelisti
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Mercoledì 28 Aprile 2021, 00:07 - Ultimo aggiornamento: 18:19

«Sulla scuola non è possibile che vi siano regioni o comuni che vanno per conto loro, senza applicare le decisioni del governo. Serve uno sforzo per ripartire e andrebbero effettuati molti più tamponi. Qualcuno lo fa, molti altri no». Tra gennaio 2020 e aprile 2021 il dottor Agostino Miozzo, classe 1953, ha vissuto sulle montagne russe della gestione dell’emergenza Covid, prima come coordinatore del Comitato tecnico scientifico («non c’è una decisione di cui ci dobbiamo pentire, non esisteva il libretto delle istruzioni»), poi come consulente del Ministero della scuola. Per lui che in passato è intervenuto sul genocidio del Ruanda, sulla guerra in Somalia, sul terremoto di Haiti e su quelli dell’Italia centrale, sullo tsunami nello Sri Lanka, l’ultimo anno di servizio tra Cts e Ministero della Pubblica Istruzione, è stato, davvero, «the last dance»: da qualche mese è in pensione da dirigente della Protezione civile.

Perché si dimette da consulente del Ministero?

«Voglio parlarne con il ministro Bianchi, penso che il mio ruolo ormai abbia perso di significato. E sono molto stanco».

Però la scuola ha riaperto più o meno alle stesse condizioni di quando era stata chiusa.

«Tutti sanno che io sono un sostenitore del ritorno alle lezioni presenza. E non contesto le percentuali fissate dal governo. Però non è accettabile che nei territori ci sia chi contrasta questa operazione, chi lavora per la Dad, quando le indicazioni partono da un governo di emergenza nazionale, in cui è rappresentato l’80 per cento dei partiti. Una follia».

Lei aveva chiesto tamponi in tutte le scuole.

«Su questo non ho dubbi: andrebbero eseguiti molti più test tra i ragazzi, molti più controlli. Ci sono esempi virtuosi, dall’Alto Adige al Lazio, vi sono comuni e regioni che stanno eseguendo tamponi a campioni nelle scuole. Perché non lo si fa ovunque?».

A gennaio 2020 è stato nominato coordinatore del Comitato tecnico scientifico. Come è successo?

«Io ho cominciato nella Cooperazione internazionale, nel 1982 nello Zimbabwe, nel 1984 guidando un programma di emergenza umanitaria in Etiopia, sono stato nell’ex Jugoslavia durante la guerra, in Somalia, in Afghanistan. In Ruanda, ai tempi del genocidio, fui il primo Italiano ad arrivare, mi portarono in una chiesa in cui erano state sigillate le porte e dentro c’erano centinaia di cadaveri di tutsi uccisi con bombe a mano e mitra. Poi, come coordinatore degli interventi all’estero della Protezione civile, sono stato nel Sud-Est asiatico dopo lo tsunami. Nel 2001 Bertolaso mi aveva chiamato alla Protezione civile e quando si trattò di scegliere il coordinatore del Cts io ero un direttore generale. Certo, su un terremoto sai che cosa bisogna fare, durante una pandemia, non solo l’Italia, ma tutti i paesi del mondo, si sono trovati impreparati. Non esiste un libretto delle istruzioni».

L’Italia però si è presentata con un piano pandemico non aggiornato.

«Su questo scontiamo il solito problema: manca la cultura della prevenzione, lo vediamo tante volte quando scopriamo che una scuola, ad esempio, non era a norma antisismica. Fare prevenzione non porta consenso politico».

Cosa pensò quando la chiamarono alle prime riunioni sul coronavirus?

«Devo dire che compresi che la situazione non si sarebbe risolta velocemente. Lo dissi al ministro Speranza, dopo avere ascoltato le prime informazioni: “questo è il black swan, il cigno nero”. L’evento imprevisto che fa saltare ogni previsione».

Si pente di qualche scelta del Cts?

«Onestamente no, al Cts va dato il merito di avere fatto molto di più di ciò che doveva fare. Siamo stati molto coerenti nelle scelte. E indipendenti. Nella prima fase la politica si affidò completamente a noi, era disorientata, come è normale che fosse. Oggi è tutto differente: conta molto di più la politica, le decisioni sono solo politiche. Il Cts dà solo una consulenza, è cambiato il contesto. La mia non è una critica: in questa fase penso che sia giusto che il decisore politico si prenda le responsabilità delle scelte, gli scienziati devono solo mettere in guardia sulle possibili conseguenze».

È preoccupato per le riaperture?

«Il Paese non ce la fa più, è giusto riaprire, anche se dobbiamo fare attenzione a una cultura che sta passando in modo sotterraneo e che fa dire: “quello è vecchio, non importa se muore”. Per ragioni economiche e sociali, è giusta una graduale riapertura. Ciò che mi preoccupa di più, piuttosto, è una anarchia crescente, la convinzione strisciante tra la gente che non vi sia più pericolo di contagio. Io dico: apriamo, certo, ma le regole che ci sono facciamole rispettare. In modo puntuale, perfino feroce. Il Ministero dell’Interno ha fatto moltissimo e lo ha fatto bene, ma ora deve decuplicare i controlli, multare chi sgarra. Solo così il Paese può permettersi le riaperture».

Si annoierà in pensione, lo sa?

«Guardi che io sono visiting professor in vari atenei, insegno gestione delle emergenze e degli aiuti umanitari ad esempio all’Università di Betlemme. E tra qualche minuto dovrò tenere una lezione alla Luiss a 30 tra assessori e sindaci. Non avrò tempo per annoiarmi». 

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