Covid, il virologo Silvestri: «Abbiamo il dovere di tornare a una vita normale»

Mercoledì 20 Maggio 2020 di Mauro Evangelisti
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«Abbiamo il dovere di tornare a una vita normale». Ad affermarlo non è un qualche pazzo negazionista dei rischi del coronavirus, ma il professor Guido Silvestri, virologo e docente alla Emory University di Atlanta che in un lungo post su Facebook indica la rotta su come navigare tra lo scoglio dei pericoli di Covid-19 e quello degli effetti devastanti del lockdown nel mondo. Dagli inizi della pandemia, dagli Stati Uniti il professor Silvestri ha tenuto una rubrica su Facebook, analizzando l’evolversi della situazione, combattendo le fake news di chi negava i rischi del virus, ma anche schierandosi contro le dosi di «panico quotidiano».

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L’intervento di oggi, spiega lui stesso, in una sorta di lettera-appello firmata anche da molti altri scienziati, tira le conclusioni e, in un lungo ragionamento, osserva: «La “riapertura” (o meglio, l’allentamento progressivo del lockdown) rappresenta una sterzata necessaria per evitare lo scoglio della crisi economica – ma non si può ignorare che questa sterzata fatalmente ci avvicini allo scoglio del virus. come ho detto molte volte, ritengo che in questa fase dobbiamo usare quattro principi chiave: monitoraggio (ci dice la distanza dallo scoglio “virale”), flessibilità (per cambiare rapidamente direzione, se necessario), coordinazione (per manovrare in sinergia tra regioni e tra nazioni), e preparazione (a livello sanitario e sociale)».

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Serve che il sistema sanitario oggi sia preparato, con un numero raddoppiato di posti di terapia intensiva, e con un sistema di vigilanza che sappia intercettare una seconda ondata. Ma il lockdown non può durare per sempre. «In questa fase della pandemia, è assolutamente necessario dare una brusca sterzata lontano dallo scoglio dei disastri economici, sociali, psicologici e sanitari causati dal lockdown, anche a costo di avvicinarsi allo “scoglio virus”». Nell’emergenza iniziale, secondo Silvestri non c’erano alternative al lockdown. «Ma due mesi dopo, con una messe di nuovi dati a disposizione – a livello virologico, immunologico, medico ed epidemiologico – abbiamo il dovere di chiederci se la situazione attuale richieda ancora un tipo di intervento così potenzialmente distruttivo della nostra società. Soprattutto, dobbiamo chiederci se le nostre scelte attuali in termini di “lockdown” siano condizionate più del necessario dalla traumatica esperienza del marzo scorso. Perché adesso (fine maggio 2020) sappiamo molto, anzi moltissimo di più». Cosa? «Per esempio: sappiamo molto meglio come gestire questi malati; conosciamo tanti aspetti della trasmissione e della storia naturale dell’infezione; abbiamo terapie antivirali ed anti-infiammatorie di una certa efficacia, per non parlare del plasma convalescente e del plasma exchange; stiamo sviluppando vaccini molto promettenti; e molti ipotizzano anche che l’infezione si stia attenuando dal punto di vista della patogenicità».
Non solo: secondo Silvestri oggi è anche difficile capire quali siano stati i reali effetti del lokdown (per quanto necessario): «E’ anche importante notare come la distribuzione dei morti da COVID-19 sia stata estremamente irregolare con poche zone ad alta mortalità (Wuhan; Lombardia, nord Emilia-Romagna e Piemonte orientale; metro New York, Detroit e Boston ; Madrid e Barcelona; Ile de France; Guayaquil) e moltissime zone a bassa mortalità, anche negli stessi paesi (Italia meridionale; Florida e sud degli USA; Andalusia; sud-ovest Francia; Quito). I motivi alla base di queste differenze non sono affatto chiari, e collegarli unicamente all’effetto della chiusura è assolutamente arbitrario. Per quale motivo, per esempio, a oltre due mesi dalla “chiusura” ci sono ancora molti più nuovi casi in Lombardia che nell’intera Italia Meridionale?».
 


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Silvestri mette in guardia sui pericoli del locckdown: «Mentre dei rischi di SARS-CoV-2 e COVID-19 si parla in modo incessante e con una straordinaria attenzione agli scenari peggiori, si parla piuttosto poco dei danni della chiusura. A me qui preme sottolineare non soltanto i danni economici, che pure sono ingentissimi, ma quelli a livello strettamente socio-sanitario. Perché solo un atteggiamento miope ed irresponsabile può ignorare il fatto che un paese che si impoverisce, possibilmente fino ad arrivare sull’orlo della bancarotta, avrebbe enormi difficoltà a provvedere un servizio sanitario di qualità. Ed infatti già adesso tra i danni “collaterali” di COVID-19 c’è la peggior gestione sanitaria di molte altre malattie. Ancora più sottili, ma possibilmente più devastanti, sono i danni legati alle difficoltà psicologiche causate dall’isolamento di per sé, dalla crisi finanziaria, e dal peggioramento del servizio sanitario». Secondo Silvestri ora è necessario trovare un punto d equilibrio: «La mia opinione (informata, anzi, informatissima) è che siamo ormai abbastanza lontani dalla scoglio del virus, mentre ci siamo pericolosamente avvicinati a quello della catastrofe sociale. Per come la vedo io, sul versante del virus ci siamo incartati in una narrativa di “worst-case scenarios” epidemiologici spesso con seri problemi metodologici se non addirittura basati su calcoli sbagliati. Una narrativa che ci porta alla ricerca disperata del tanto agognato quanto inarrivabile “rischio zero” nei confronti del virus mentre ignoriamo rischi molto più gravi ed immediati nel versante della chiusura». Ancora: «Vengono ignorate o combattute ovvietà virologiche come la stagionalità dei Coronavirus, la loro suscettibiltà alle alte temperature ambientale, la sostanziale stabilità genetica di SARS-CoV-2 e l’evidenza di robusta immunità protettiva (ora dimostrata in modo formale nelle scimmie). Si arriva fino al punto di tacciare di “pseudo-scienza” chi osa sostenere una possibile attenuazione del virus, come appare ormai piuttosto evidente dal punto di vista clinico, solo perché non ci sarebbe abbastanza “evidenza scientifica”».
Secondo Silvestri si continua in una linea “catastrofista” per vari motivi: la politicizzazione della gestione di Covid-19, i media, «un certo “fenotipo” di epidemiologo/a modellista che è stato portato alla ribalta da questa pandemia e che, non so se per deformazione professionale o per desiderio di visibilità o cos’altro, ha deciso di rappresentare il corso futuro di questa epidemia in un modo profondamente pessimistico».
Cosa fare ora? Monitoraggio, sorveglianza epidemiologica, rafforzamento del sistema sanitario, «abbiamo non solo il bisogno ma anche il preciso dovere di tornare a fare una vita assolutamente normale, mantenendo ovviamente quelle buone abitudini di igiene personale che, grazie al virus, abbiamo finalmente imparato».

Ultimo aggiornamento: 13:09 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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