Quarta ondata, il capo della task force anti-Covid in Israele: «Senza richiamo la pandemia riparte»

Parla Arnon Shahar, capo della task force anti-Covid in Israele

Quarta ondata, il capo della task force anti-Covid in Israele: «Senza richiamo la pandemia riparte»
di Raffaele Genah
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Venerdì 12 Novembre 2021, 06:24 - Ultimo aggiornamento: 16:46

«Con l'inizio della quarta ondata che si sta diffondendo in tutta Europa, adesso che la maggior parte della popolazione italiana è vaccinata bisognerebbe accelerare e non aspettare ancora di decidere per il booster per gli under 60. Noi in due mesi di questa nuova campagna abbiamo salvato migliaia di vite umane».
Il professor Arnon Shahar è considerato una delle massime autorità nella lotta al Covid in Israele, dove dirige la task force della più grande organizzazione sanitaria del Paese.

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Da qualche giorno è a Roma per una serie di incontri, scambi e condivisione delle esperienze maturate e non nasconde la sua soddisfazione per come l'Italia abbia reagito dopo i primi terribili mesi della pandemia. Una collaborazione nata già nei giorni della prima ondata e della campagna vaccinale a cui hanno guardato, modellandola poi sulle proprie esigenze, diverse regioni a cominciare dal Lazio.

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«Ho girato per gli hub vaccinali, sono molto avanti e ben organizzati . Secondo me quello italiano è un modello da copiare: hanno fatto bene, adesso però non ci si può fermare. Ora è già il tempo di guardare e programmare il domani».
Professore com'è la situazione attuale nel suo paese?
«C'è stato un calo drastico nei contagi. Eravamo arrivati, nel pieno della quarta ondata -che da noi si era già diffusa- ad avere diecimila casi al giorno. Oggi ci sono in tutto 200 ricoverati. Il contagio riguarda in modo quasi totale i non vaccinati. Tra loro la possibilità di infettarsi gravemente è di 1 su 70, e il quaranta per cento di questi casi si sono conclusi con la morte del paziente, mentre tra i vaccinati il rapporto è di uno ogni 630».
In primavera in Israele le cose andavano per il meglio ma poi durante l'estate il virus ha ripreso la sua corsa. Che cosa è successo?
«E' stata una fase molto lunga, abbiamo avuto bisogno di tempo per capire cosa stesse accadendo. Ci chiedevamo il perchè della risalita dei contagi e abbiamo constatato che c'era stato un calo dell'immunità. I nostri studi hanno dimostrato una riduzione dell'efficacia del vaccino dopo qualche mese e ci siamo chiesti se a determinare questa nuova ondata fosse stata la minore copertura o piuttosto la variante delta. Cioè se questa mutazione del virus riusciva a bucare il vaccino. Abbiamo concluso che la ragione andasse ricercata nella componente temporale, cioè la distanza di oltre cinque mesi dalla seconda dose, più che nella variante delta».
Qual è il suo giudizio sulla situazione europea dove i focolai si stanno nuovamente accendendo?
«Bisognerebbe capire molto velocemente quanto questo fattore esponenziale influirà e prendere delle decisioni coraggiose e rapide per quello che riguarda il calo dell'immunità e la vaccinazione dei bambini. In questo percorso non è importante solo quanto siano severe le misure ma la velocità con cui si prendono: e lo dico da medico sapendo che noi siamo abituati a tempi diversi. Ma ora è un lusso che non possiamo permetterci».
In Italia si è introdotto l'obbligo del green pass e ora questo sistema potrebbe estendersi ad altri paesi.
«E' un modo per contenere il contagio nel giusto contesto. Non è una coercizione a vaccinarsi: è un'arma in più per limitare e monitorare la pandemia. La cosa più importante è la vaccinazione. Ma il green pass è stata una decisione importante che darà anche una mano nella gestione dei passi successivi per programmare come potremo convivere col virus nei prossimi mesi: non richiuderci e tornare al passato. Personalmente penso che per almeno tre categorie la vaccinazione dovrebbe essere obbligatoria: operatori sanitari, forze dell'ordine e sistema educativo».
Guardando indietro quali sono gli errori da non ripetere?
«Dovevamo comunicare in modo più semplice e dinamico e in parallelo aggiornare di più i medici, dovevamo investire di più, anche se il nostro era già un sistema avanzato, per arrivare ad un data-base unico».
E per il futuro, invece, qual è un orizzonte possibile?
«Questo è il tempo della scienza e non del populismo e delle teorie che circolano sulle reti sociali. E la scienza si concentra su due cose. Il vaccino per prevenire la malattia e le medicine per combatterla. Dobbiamo spingere per la ricerca, abbiamo visto i prodotti monoclonali e adesso stiamo studiamo gli antivirali, questo sarà parte dell'arsenale per arrivare alla fine della pandemia».
 

 

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