Pillola anti-Covid, come funziona e a chi va somministrata (e perché non sostituirà mai i vaccini)

Il farmacologo Nocentini sui nuovi prodotti Antivirali di Merck e Pfizer: "Efficaci in casi lievi, da evitare per periodi prolungati"

Pillola anti-Covid, come funziona e a chi va somministrata (e perché non sostituirà mai i vaccini)
di Francesco Malfetano
4 Minuti di Lettura
Sabato 6 Novembre 2021, 06:37 - Ultimo aggiornamento: 8 Novembre, 08:20

Dopo il via libera alla pillola anti-Covid arrivato dall'Agenzia del farmaco britannica (Mhra) e la disponibilità di quella europea - l'Ema, che sta svolgendo la sua rolling review - a lavorare con i Paesi che vorranno autorizzarlo in emergenza, anche Pfizer ha annunciato un nuovo farmaco anti-Covid. Pillole che, come nel caso delle prime prodotte da Merck (il Molnupiravir), promettono di fermare il virus e portare la lotta alla pandemia ad un nuovo livello, senza tuttavia poter sostituire le vaccinazioni. Per capire in che modo e qual è la portata di tutto ciò abbiamo chiesto a Giuseppe Nocentini, immunofarmacologo della Società italiana di farmacologia (Sif), di rispondere ai quesiti più comuni.

Covid, gene raddoppia i rischi di morte per insufficienza polmonare. Studio Oxford: ecco chi è più esposto

Come funziona il Molnupiravir? 


Partiamo dal presupposto che Sars-Cov2 è un virus mRna e «ha quindi bisogno di duplicarsi - spiega Nocentini - attraverso un processo conosciuto come rna polimerasi. Lo fa utilizzando dei mattoncini, tra cui c'è la citidina. Ovvero la sostanza a cui il Molnupiravir è in grado di sostituirsi. Imbroglia così l'enzima che, replicandosi, dà vita a un virus pieno di errori, incapace di infettare».


A chi va somministrata? 

«Lo abbiamo imparato con gli anticorpi monoclonali, per il Covid è difficile intervenire se il paziente sta male - dice l'immunofarmacologo - c'è il bisogno di intubarlo». Se però il paziente ha contratto l'infezione ed è ad uno stadio lieve o intermedio potrà ricevere il Molnupiravir. «Parliamo di pazienti con fattori di rischio rilevanti (over60 o obesi ad esempio) appena infettati, a cui il farmaco va somministrato entro 5 giorni dalla comparsa dei sintomi». Per loro, secondo Merck, il rischio di finire in ospedale cala del 50%, mentre quello di morire quasi del 100%.


Ci sono differenze con il Paxlovid di Pfizer?


Il Paxlovid, ora in fase di sperimentazione, per Pfizer sarebbe in grado di ridurre dell'89% i rischi di ricovero e di decesso in persone ad alto rischio. «Una differenza c'è di sicuro - spiega Nocentini - Paxlovid non è composto da due molecole. Al suo interno c'è PF0732132, la nuova molecola scoperta dall'azienda, e il Ritonavir», cioè l'unico antivirale sopravvissuto tra quelli testati quest'anno. Non solo, anche il meccanismo d'azione è diverso. «Paxlovid funziona come inibitore delle proteasi, cioè interviene su quelle strutture che servono a permettere l'entrata del virus nelle cellule e poi a farle uscire».

 


Perché sono così importanti? 

«Il vantaggio principale - dice Nocentini - è la semplicità di assunzione. È una pillola da ingerire per via orale, che supera il concetto degli anticorpi monoclonali, per cui per risultati paragonabili bisogna recarsi in ospedale. Siamo di fronte a una pastiglia che può arrivare nelle zone più remote del mondo. E che peraltro ha costi di produzione ridotti e una filiera produttiva che si può mettere in piedi in gran velocità». Inoltre, a differenza dei vaccini che attaccano la proteina Spike «potenzialmente aggirabile con una nuova variante», entrambi i farmaci «attaccano funzioni basilari del virus, il che dà ragionevoli garanzie di successo in caso di mutazioni».

 


SOSTITUIRANNO I VACCINI?

«Assolutamente no. Non stiamo parlando di questo» dice secco Nocentini. Anzitutto «non se ne conoscono ancora gli effetti collaterali» su tutte le fasce d'età, e poi per sostituire il vaccino «dovremmo pensare ad un trattamento continuativo con questi farmaci fino a fine pandemia. Ed è una follia perché bisognerebbe ragionare su potenziali effetti avversi su milioni di persone». Possono però essere la risposta giusta per altre situazioni. Oltre che aiutare quei Paesi travolti dalla pandemia e senza vaccini a disposizione, potrebbero essere destinate ai soggetti che, per un'allergia o altri motivi medici, non hanno potuto ricevere la vaccinazione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA