Palestre e stadi, Pregliasco: «Sì al certificato vaccinale per riaprire e volare»

Palestre e stadi, Pregliasco: «Sì al certificato vaccinale per riaprire e volare»
di Mauro Evangelisti
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Mercoledì 27 Gennaio 2021, 00:11 - Ultimo aggiornamento: 10:04

Uno strumento come il certificato vaccinale che attesti l’avvenuta immunizzazione ha un doppio valore: rappresenta un incentivo a vaccinarsi e allo stesso tempo può aiutare le attività economiche a ripartire».
Il professor Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano è anche direttore sanitario dell’ospedale Galeazzi del capoluogo lombardo. L’idea di un passaporto o di un certificato vaccinale (con sfumature differenti due strumenti sovrapponibili) lo convince. Già diverse Regioni hanno sostenuta che è necessario preparare questo tipo di certificazione, da Zaia (Veneto) a Bonaccini (Emilia-Romagna), da D’Amato (Lazio) a De Luca (Campania). Anche Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato scientifico, è un sostenitore di questo attestato che consenta a chi ha esaurito il percorso della doppia vaccinazione di godere di una maggiore libertà, potendo frequentare musei, cinema, teatri, palestre, impianti sportivi.

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L’Italia deve organizzarsi perché, una volta che la percentuale dei vaccinati diventerà consistente, si possa istituire il certificato che dimostra l’immunizzazione?
«Guardi, ne ho parlato proprio di recente in una trasmissione sportiva in cui si parlava di calcio. Oggi gli stadi, giustamente, sono vuoti, non c’è il pubblico. Perché non consentire a chi ha ricevuto anche la seconda dose del vaccino di andare in tribuna? Così, gradualmente, riporteremo persone negli stadi. Un modo per riavvicinarsi alla normalità».

Non è solo un problema del calcio o degli eventi sportivi, però.
«Certamente, era un esempio. Ovviamente, dobbiamo partire da un presupposto: per diffondere l’utilizzo di un certificato di questo tipo serve la graduale disponibilità di un numero sufficiente di dosi dei vaccini. Ma del passaporto vaccinale si sta già parlando anche nella comunità europea, proprio per le prospettive che assicura».

Ci aiuterebbe a riavvicinarci alla normalità.
«Esatto. Per questo, faccio un altro esempio, c’è grande interesse anche da parte delle compagnie aeree che vedono in questo strumento la possibilità di recuperare un numero sufficiente di passeggeri che possono volare in sicurezza. Ma i contesti in cui applicare questo certificato sono molti, anche in ambito lavorativo».

Potrebbe convincere più persone a superare la diffidenza nei confronti dei vaccini anti Covid-19?
«Con il certificato vaccinale che consente di frequentare un numero maggiore di luoghi ed eventi pubblici, molte più persone accetteranno di immunizzarsi. Si supera il problema dell’obbligatorietà, più difficile da applicare, però si raggiunge lo stesso risultato, quanto mai importante per una campagna vaccinale, raggiungere una percentuale di adesioni sufficiente a limitare la circolazione del virus. Pensiamo poi all’economia, alle attività che oggi sono ferme a causa delle misure di contenimento dell’epidemia e che potrebbero ripartire perché una palestra o un teatro saranno aperti alle persone che sono state vaccinate e possono dimostrarlo».

Oltre 2 milioni di persone, nel nostro Paese, hanno sviluppato già gli anticorpi perché sono state positive a Sars-CoV-2 e si sono negativazzate. Anche chi appartiene a questa categoria potrebbero avere diritto a quel tipo di certificato?
«Io sarei più prudente. Secondo me è giusto che anche chi è già stato positivo venga vaccinato, in modo da consolidare la sua immunizzazione».

 

 
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