Covid-19 e influenza: sintomi, contagiosità, cura e complicazioni. Ecco perché sono due malattie diverse

L'articolo sulla rivista Lancet riapre il tema. Sebbene abbiano sintomi simili (specie nelle sue forme più lievi), le patologie sono diverse

Covid-19 e influenza: sintomi, contagiosità, cura e complicazioni. Ecco perché sono due malattie diverse
di Giampiero Valenza
6 Minuti di Lettura
Sabato 12 Febbraio 2022, 11:07 - Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio, 07:45

C’è un articolo pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Lancet che ha un titolo inequivocabile: «Il Covid-19 non è l’influenza». Eskild Petersen, della Facoltà di Scienze della Salute dell’Università di Aarhus, lo aveva definito così già a dicembre 2020. E in effetti le cose stanno proprio così. Sebbene abbiano sintomi simili (specie nelle sue forme più lievi), le patologie sono diverse.

I sintomi simili

Tra influenza e Covid ci sono molti sintomi identici: febbre, tosse, mancanza di respiro, stanchezza, mal di gola, naso che cola, dolori muscolari, mal di testa, vomito e diarrea. Due sintomi sono classificati come comuni tra le due malattie, ma c’è una prevalenza nei casi di Covid (sebbene si siano ridotti con la variante Omicron): il cambiamento o la perdita del gusto o dell’olfatto.

Mascherine, vanno indossate all'aperto anche senza obbligo? I medici: «Rischio boom di influenza e allergie»

Quanto tempo passa prima dell’infezione?

In entrambe le malattie i sintomi compaiono dopo qualche giorno dall’infezione. In generale, se nell’influenza ci vuole da uno a quattro giorni, nel Covid-19 possono passare da due a 14 giorni. 

Secondo i Cdc, i Centri statunitensi di controllo e diffusione delle malattie, la maggior parte delle persone con influenza è contagiosa già un giorno prima che si mostrino i sintomi. Nei casi Covid, le ricerche in corso stanno notando che si può iniziare a diffondere il virus già qualche giorno prima dell’inizio del sintomi, ma l’infettività varia nel tempo. Più tempo passa, più questa si ridurrebbe. Ed è questo uno degli elementi che ha portato le agenzie sanitarie a ridurre anche i tempi delle misure di contenimento.

La diffusione

Sia Covid-19 sia l’influenza hanno dimostrato che i loro virus possono diffondersi per via aerea attraverso le droplets (le ormai famose goccioline che vengono emesse quando si tossisce, starnutisce o si parla). La maggior parte dei contagi avviene per inalazione, ma è possibile (ma il rischio è di gran lunga inferiore) che ci si infetti anche toccando una superficie o un oggetto su cui è presente il virus.

La contagiosità

La modalità di diffusione è simile, ma la contagiosità è diversa. Secondo gli studiosi Sars Cov-2 è più contagioso dei virus influenzali.

Chi è a rischio di casi gravi?

I più fragili sono maggiormente a rischio di casi gravi, sia di influenza sia di Covid-19. Si tratta di anziani, donne in gravidanza, persone con determinate patologie.

Quali sono le complicazioni?

Covid e influenza causano polmonite, insufficienza respiratoria, sindrome da distress respiratorio acuto, sepsi, infarti, ictus, insufficienze in diversi organi, peggioramenti di alcune condizioni croniche, infiammazioni di cuore e cervello. Ma ciò che preoccupa è la percentuale di casi che colpiscono gli affetti da Covid, che hanno messo e mettono sotto stress anche il sistema sanitario. Con l’influenza di solito si guarisce in pochi giorni o qualche settimana, con Covid le conseguenze possono essere più lunghe (il rischio cardiovascolare, per esempio, è stato accertato per diversi mesi). A differenza dell’influenza, Covid-19 aumenta il rischio di coaguli di sangue di vene e arterie (è, infatti, anche una patologia endoteliale) che attraversano polmoni, cuore, gambe e cervello. La sindrome infiammatoria multisistemica è presente nei casi Covid sia nei bambini (con la Mis-C), sia negli adulti (con la Mis-A).

 

Omicron, gli 8 sintomi rivelatori. Dal naso che cola alla sudorazione notturna: ecco come riconoscere la nuova variante Covid

Le cure

Il 9 febbraio l’Aifa ha emanato nuove raccomandazioni sull’uso dei medicinali per la gestione domiciliare di Covid-19. Per i sintomi si possono usare paracetamolo o Fans (i farmaci antinfiammatori non steroidei) nel caso in cui si abbia febbre, dolori articolari o muscolari (a meno che non ci sia una controindicazione precisa). L’importante è che anche in questi casi non si provveda in forma autonoma, ma ci sia sempre un contatto con il medico, che può capire quale sia la cura adatta. Con il Covid l’automedicazione non è mai consigliata, anche perché ci sono valori molto importanti (come l’ossigeno nel sangue, che si può valutare con un pulsossimetro, conosciuto anche come saturimetro), che devono essere interpretati.

Chi è più a rischio di aggravamento può essere sottoposto a una cura a base di antivirali. I pazienti che sono coinvolti in questo trattamento sono quelli che hanno un grado lieve-moderato della malattia e almeno uno tra questi fattori di rischio: una forma di cancro, una insufficienza renale cronica, una broncopneumopatia (in forma severa), una immunodeficienza primaria o acquisita, una malattia cardiovascolare grave, una forma di diabete mellito non compensato o essere obesi.

Gli antivirali sono il remdesivir (da iniziare il prima possibile ed entro 7 giorni dalla comparsa dei sintomi, per un trattamento che dura 3 giorni). Poi c’è il Paxlovid, il primo antivirale orale che ha due principi attivi, il nirmatrelvir e il ritonavir, in due compresse distinte. Il primo riduce la capacità del virus di replicarsi. Il secondo, che già viene usato per le cure dell’Hiv, funziona come una sorta di “booster” farmacologico prolungando l’azione del nirmatrelvir. Deve essere somministrato entro 5 giorni dalla diagnosi, con compresse che vanno assunte due volte al giorno per cinque giorni. Poi c’è il molnupiravir, un antivirale che deve essere somministrato il prima possibile dopo la diagnosi di malattia, con 4 capsule da assumere per bocca ogni 12 ore, per 5 giorni.

Anche per ottenere un beneficio concreto attraverso le cure degli antivirali è fondamentale non trascurare i sintomi e coinvolgere immediatamente il medico.

Poi ci sono gli anticorpi monoclonali. In Italia ne vengono usati tre: il casirivimab/imdebivam, il bamlanivab/etesevimab e il sotrovimab. Vengono somministrati negli over-12 con sintomi di grado lieve e moderato ad alto rischio di una Covid-19 severa. Vengono considerati diversi fattori di rischio che possono spingere verso questa terapia: essere over-65, obesi, avere insufficienze renali croniche, diabete mellito non controllato, immunodeficienze primitive o secondarie, malattie cardio-cerebrovascolari, broncopneumopatie croniche ostruttive o malattie respiratorie croniche, epatopatia cronica, emoglobinopatie, patologie del neurosviluppo o neurodegenerative. Per usufruire di queste cure è necessario che la malattia sia di recente insorgenza e non più di 7 giorni. Non sono pasticche: si assumono per endovena.

Non vanno presi farmaci senza l’avvertenza del medico, anche perché si può avere un effetto non benefico. Il cortisone, per esempio, viene raccomandato tra chi si trova in ospedale con Covid-19 grave che ha bisogno dell’ossigeno. A casa può essere considerato nei pazienti che potrebbero andare verso un aggravamento.

Quali sono i farmaci non raccomandati

L’Aifa (che nelle sue indicazioni, ovviamente, fa una sintesi sulla base di quanto evidenziato dalla comunità scientifica internazionale) non raccomanda l’uso di antibiotici (che possono essere usati solo se si sospetta una infezione batterica che si sovrappone al Covid), di clorochina e di idrossiclorochina.

© RIPRODUZIONE RISERVATA