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Covid, danni collaterali: infarti triplicati rispetto al 2019

Sabato 17 Aprile 2021
Covid, danni collaterali: infarti triplicati rispetto al 2019

Le patologie che interessano il cuore sono la prima causa di morte in Italia con 240mila decessi l’anno e nel 2020 il tasso di mortalità per infarto miocardico acuto è più che triplicato rispetto al 2019 (dati della Società italiana di cardiologia), a fronte di un calo dei ricoveri del 60% per il timore di contrarre il virus Covid-19 recandosi in ospedale. Sono questi gli effetti meno noti della Pandemia che hanno investito a cascata anche l'assistenza cardiologica e cardiochirurgica.

Sommando il numero di interventi di Cardiochirurgia ed Emodinamica eseguiti in un anno negli ospedali Gvm Care & Research, da Torino a Palermo, il Gruppo è tra i primi in Italia pervolume di attività. Il professor Giuseppe Speziale, cardiochirurgo, coordinatore delle cardiochirurgie nonché vice presidente del Gruppo, fa un bilancio di quanto la pandemia ha stravolto l’organizzazione sanitaria e su come le strutture private accreditate hanno risposto all’emergenza. 

 

 

 


 
Anche negli ospedali Gvm sono diminuiti i volumi di assistenza cardiochirurgica?


Una leggera flessione c’è stata, anche perché molti dei nostri ospedali sono diventati Covid Hospital, ma non abbiamo mai smesso di curare i pazienti cardiologici. 


Come avete fatto? 


Attraverso un’organizzazione capillare e sinergica degli ospedali, che ha valorizzato tutte le risorse tecniche e soprattutto umane: il cardiochirurgo è un po’ il direttore d’orchestra, ma servono un team ben affiatato, tecnologie all’avanguardia e attenzione al benessere e al comfort del paziente. Abbiamo puntato sull’umanizzazione delle cure, che è da sempre prioritaria per noi, e sulla formazione. 

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Quanto contano per Gvm le tecnologie e l’innovazione in campo cardiochirurgico?


Hanno un ruolo importantissimo. Pazienti un tempo considerati inoperabili oggi vengono sottoposti a intervento chirurgico con buone probabilità di riuscita. Un altro aspetto fondamentale è la personalizzazione delle cure: poter disporre di una varietà di approcci terapeutici e tecnologie consente al medico di poter scegliere sempre la miglior soluzione possibile.


La diagnosi precoce e i corretti stili di vita hanno fatto diminuire la mortalità per problemi cardiologici in Italia?  


Dal 2012 al 2019, secondo l’Agenas, la mortalità media a 30 giorni dal ricovero per infarto miocardico acuto è scesa dal 9,95% al 7,9%, sono diminuiti alcuni  interventi di cardiochirurgia, ma  aumentate le angioplastiche. In questa branca l’Italia ha raggiunto un livello altissimo a cui ha contribuito anche Gvm, sia nell’emergenza che nell’attività programmata.

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Quanti pazienti con problemi di cuore avete curato nel 2019? 


Le nostre dieci cardiochirurgie hanno eseguito sul territorio 1.772 interventi di bypass aortocoronarico, il 12,49% del totale degli interventi fatti in Italia (14.185) e il 31,17% del totale di quelli in tutti gli ospedali privati accreditati. Nella classifica degli ospedali per volumi di ricovero per questo tipo di intervento, al 7° posto a livello nazionale c’è una struttura Gv, il Maria Cecilia Hospital di Cotignola (vicino Ravenna). 

   
 
La qualità delle cure è importante. Avete un sistema di monitoraggio degli esiti in cardiochirurgia? 

 
La mortalità non sempre indica la qualità dei risultati clinici. Ci siamo dotati di un sistema di valutazione che tiene conto anche di parametri quali degenza media, se si fa ricerca, della gravità dei casi per cercare di migliorare, non solo di controllare, l’assistenza. Così la qualità del servizio dei nostri ospedali cresce.

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Come hanno reagito i medici ai controlli? E come avete incentivato il personale?


Crediamo nell’importanza di condividere i dati estratti dall’assistenza e dalle cartelle cliniche e nell’integrazione in organico di chirurghi giovani (45 anni circa) a cui affiancare professionisti più esperti, in un’ottica di crescita e scambio reciproci. Abbiamo investito molto sulla chirurgia mini invasiva, che permette un approccio soft sul malato, una sua ripresa più veloce, meno rischi di infezioni e un tasso più alto di sopravvivenza.


Siamo in una fase di lento passaggio tra una pandemia che ha sconvolto in mondo e il graduale ritorno alla vita normale: che cosa ha insegnato questo anno di Covid-19 alla sanità italiana?   


Negli anni abbiamo lavorato per offrire un servizio qualitativamente omogeneo in tutti i territori in cui siamo presenti, per invertire il fenomeno della mobilità passiva che condiziona il sistema e crea enormi disagi economici e psicologici ai pazienti, oltre che problemi sociali. Ci sono le competenze, sia nel pubblico che nel privato accreditato, per cancellare questo fenomeno. Ogni cittadino deve poter scegliere liberamente dove curarsi. E i nostri ospedali possono dare un grande contributo in questo senso.

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