Covid, flop assistenza domiciliare per pazienti contagiati. La Corte dei Conti: «Non è garantita a tutti»

Covid, flop assistenza domiciliare per pazienti contagiati. La Corte dei Conti: «Non è garantita a tutti»
di Graziella Melina
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Venerdì 27 Novembre 2020, 20:07

L’assistenza domiciliare dei pazienti contagiati dal Sars Cov 2 non è garantita per tutti. Le persone costrette a casa con i sintomi del Covid, spesso in attesa per giorni di un medico, la sensazione di doversela cavare da soli la sperimentano da mesi. Ora la conferma ufficiale arriva dalla Corte dei Conti che nel bilancio di previsione afferma: la attivazione delle Unità speciali di continuità assistenziale, le cosiddette Usca, “ha avuto un andamento inferiore alle attese e con forti differenze territoriali”. In sostanza “la media a livello nazionale era inferiore al 50 per cento”. E dire che le usca, previste dal decreto legge 14 del 9 marzo 2020 dovevano essere realizzate nel giro di 10 giorni.

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Se ne prevedeva l’attivazione di circa 1200. Difficile quantificare il numero esatto delle unità attivate finora, anche perché negli ultimi giorni le Regioni stanno correndo ai ripari e cercano di aumentarne il numero. Ma il problema è serio, visto che sono circa 800mila i pazienti in isolamento domiciliare che andrebbero seguiti e, nei casi di una sintomatologia più seria, assistiti a casa. La legge prevede che le Regioni istituiscano ogni 50mila abitanti 1 usca composta da 8 medici, 8 infermieri e nel caso anche da specialisti.

“L’articolazione è già definita abbastanza bene, quindi le Regioni devono solo attivarle perché è un obbligo di legge che, tra l’altro, è stata varata lo scorso marzo. Il tempo per poterle rendere effettive lo avevano di sicuro”, precisa Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici Chirurghi e odontoiatri. Le usca rappresentano il modello di assistenza parametrato a quello che c’è in ospedale, dove si ha un percorso di sporco e pulito. “Sul territorio - aggiunge Anelli - per i pazienti covid in isolamento domiciliare attraverso le usca si ha un sistema ben organizzato con tutti i sistemi di sicurezza per consentire agli operatori che svolgono la loro attività di poterlo fare in assoluta sicurezza”.

La mancata attivazione da parte delle Regioni non è dovuta ad un problema di risorse. “Credo che dipenda molto dalla volontà di credere in questo meccanismo che - ribadisce Anelli - tutela la sicurezza dei lavoratori”. Sul numero effettivo delle attività di assistenza domiciliare bisogna però ancora fare chiarezza. “Quello della Corte dei Conti è un dato amministrativo - spiega Silvestro Scotti, segretario generale nazionale della Federazione italiana medici di medicina generale - Ma siamo certi che le usca che risultano in base al tracciato economico, cioè al numero dei contratti stipulati, siano state attivate per svolgere le funzioni realmente previste dalla legge? Formalmente le usca dovrebbero servire per le attività domiciliari a protezione del servizio territoriale. Per quello che risulta, però - aggiunge Scotti - molti colleghi sono utilizzati nei dipartimenti di prevenzione a supporto delle fasi di tracciamento e quindi stanno svolgendo per lo più compiti amministrativi. Ecco perché continua la pressione sugli ospedali, aumenta il carico di lavoro per i medici di medicina generale. Non dimentichiamo, poi, che alla seconda ondata siamo di nuovo al 66 per cento di medici di famiglia deceduti sul totale dei medici morti per Covid”.

Secondo il sindacato dei medici italiani (Smi) le Regioni stanno provando a recuperare, ma la situazione è sempre lontana dai parametri previsti. In Campania, per esempio, c’è 1 usca ogni 200mila abitanti, in Calabria ogni 100mila, in Puglia invece stanno partendo solo ora. “Alcune Regioni non ne hanno percepito o capito l’importanza e utilità - ammette Pina Onotri, segretario generale dello Smi - oppure non si sono poste il problema. Non si è ancora compreso che nell’ospedale, così come nel territorio, bisognerebbe mantenere rigorosamente separati i percorsi sporchi da quelli puliti, a salvaguardia della sicurezza non solo dei medici ma anche di tutti gli altri pazienti che hanno bisogno di cura e assistenza”.

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