CORONAVIRUS

Asintomatici «poco contagiosi», Oms ora frena: «Li stiamo ancora studiando»

Martedì 9 Giugno 2020
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Virus, Oms: «Molto raro che asintomatici trasmettano il Covid19»

Gli asintomatici tornano ancora una volta al centro del dibattito per il loro ruolo nell'epidemia di Coronavirus, dopo che ieri Maria Van Kerkhove, responsabile tecnico dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per il Covid-19, ha invitato a concentrarsi sui pazienti sintomatici, sottolineando come sia «raro che un soggetto asintomatico infetti un altro individuo, dai dati pubblicati» disponibili, salvo poi frenare nella giornata di oggi: «Sono stata fraintesa, li stiamo ancora studiando». Il virologo italiano Andrea Crisanti: «Penso che sia una stupidaggine - commenta all'Adnkronos Salute il direttore del Dipartimento di Medicina molecolare dell'università di Padova e direttore dell'Unità operativa complessa di Microbiologia e Virologia dell'azienda ospedaliera patavina - Gli asintomatici trasmettono e basta, questa è la realtà». E Giuseppe Ippolito dello Spallanzani di Roma: «Mancano le prove».

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«È molto raro che una persona asintomatica possa trasmettere il coronavirus», ha detto la dottoressa Maria Van Kerkhove, capo del team tecnico anti-Covid-19 dell'Oms durante il briefing di ieri dell'Agenzia dell'Onu secondo quanto riportato dalla Cnn. La dottoressa ha spiegato che analizzando i dati di diversi Paesi che stanno seguendo «casi asintomatici» è emerso che questi non «hanno trasmesso il virus».

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Una delle ragioni della rarità della trasmissione del virus da parte degli asintomatici potrebbe essere che hanno sviluppato una forma molto leggera della malattia e quindi le eventuali goccioline prodotte da starnuti o tosse o semplicemente parlando non sono abbastanza infette. È comunque una domanda ancora aperta, ha sottolineato Van Kherkhove precisando che l'Oms «continua a raccogliere dati e ad analizzarli per rispondere davvero a questa domanda».

Poi, oggi, l'ulteriore precisazione: «Ho ricevuto molti messaggi e richieste di chiarimenti dopo quanto affermato ieri in conferenza stampa». «Stavo rispondendo a una domanda e non esprimendo una posizione dell'Oms. Ho usato la parola 'molto rara' e c'è stato un fraintendimento perché è sembrato che dicessi che la trasmissione asintomatica è globalmente molto rara. Mentre mi riferivo a un set di dati limitati».

«Bisogna differenziare - ha spiegato - ciò che noi sappiamo, ciò che non sappiamo e ciò che stiamo cercando di capire. Ciò che sappiamo sulla trasmissione di Covid-19 è che gli infetti sviluppano sintomi, ma in una parte di loro questo non avviene. Sappiamo che la maggioranza delle infezioni avviene da qualcuno che ha sintomi ad altre persone attraverso le goccioline di saliva infette. Ma c'è una proporzione di persone che non sviluppa sintomi e non sappiamo ancora quante siano, potrebbero essere dal 6% al 41% della popolazione che si infetta, a seconda delle stime. Sappiamo che alcuni asintomatici possono trasmettere il virus e ciò che dobbiamo chiarire è quanti sono gli asintomatici e quanti di questi trasmettono l'infezione. Ciò che ho detto ieri in conferenza stampa si riferiva a piccoli studi pubblicati».
 

 
 
«Per stabilire l'eventuale trasmissibilità del coronavirus da parte di persone asintomatiche o presintomatiche (che svilupperanno i sintomi successivamente) «mancano ancora prova scientifiche. I dati sono ancora limitati, non c'è certezza sulle modalità di trasmissione. Servono studi di lunga durata per avere evidenze incontestabili», spiega Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell'Istituto Spallanzani di Roma commentando le dichiarazione, ieri alla conferenza stampa dell'Oms, di Maria Van Kerkhove, capo team tecnico anti Covid 19 dell'Organizzazione, secondo la quale è «raro che un asintomatico trasmetta il virus».

Si tratta, dice Ippolito all'Adnkronos Salute, «sicuramente di una dichiarazione interessante perché è ufficiale. E perché può avere implicazioni nelle decisioni politiche di screening del virus. Ma, come ci ha insegnato questa malattia in questi mesi, a diventare 'bugiardì dalla mattina alla sera non ci vuole molto. Maria Van Kerkhove non ha presentato, nella riunione di ieri, ulteriori dati rispetto a quelli che avevamo».

Van Kerkhove si è infatti riferita ieri «ad uno studio del 1 giugno - spiega Ippolito - a cura degli Ecdc, che hanno rivisto uno studio pubblicato il 1 aprile, non proprio ieri, su oltre 200 pazienti a Singapore, nel corso del quale avevano identificato alcuni gruppi in cui solo la trasmissione da presintomatici poteva spiegare la comparsa di casi secondari. Non sono stati forniti altri dati al momento». L'affermazione fatta dall'Oms, continua Ippolito, è importante per le sue possibili implicazioni nelle scelte degli Stat. «Ritengo, però, che l'idea di valutare e seguire solo i sintomatici non sia buona», conclude Ippolito sottolineando che la scelta italiana di fare il tampone alle persone risultate eventualmente positive al test sierologico, anche se asintomatiche, «resta la strada da perseguire».

Il virologo Crisanti spiega che «il nostro lavoro condotto su Vò Euganeo», comune veneto fra i primi in Italia ad essere colpiti dal nuovo coronavirus e diventato una sorta di 'laboratorio a cielo apertò su cui l'università di Padova ha condotto più studi, «è stato accettato su 'Naturè e in quell'ambito abbiamo ricostruito proprio le catene di trasmissione e dimostrato che anche gli asintomatici trasmettono» il Sars-Cov-2. 
 

 
«Non c'è altro da aggiungere - prosegue Crisanti - perché le cose che sono state dette» al riguardo durante il consueto punto stampa dell'Oms sulla pandemia «parlano da sole». L'esperto ha sempre messo in evidenza il peso del ruolo degli asintomatici nell'epidemia di coronavirus Sars-Cov-2 e l'importanza di individuarli nell'ambito di strategie di contenimento della trasmissione dell'infezione. Per questo non condivide l'invito a concentrare gli sforzi unicamente sui soggetti sintomatici. A Vò gli scienziati hanno rilevato «la presenza di una percentuale di asintomatici pari al 40%. Ma c'è di più: l'analisi sierologica condotta sulla popolazione di Vò ha dimostrato che ci sono altri 63 casi di persone che si sono infettate prima del 20 febbraio», data in cui è stata certificata la positività del paziente 1 d'Italia, il 38enne Mattia ricoverato allora all'ospedale di Codogno. «Nessuno di loro - assicura Crisanti - aveva mai avuto sintomi».

Ultimo aggiornamento: 10 Giugno, 00:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA