Aids, il direttore dello Spallanzani: «Non sottovalutate questa malattia, oggi contagia gli under 30»

Aids, il direttore dello Spallanzani: «Non sottovalutate questa malattia, oggi contagia gli under 30»
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Lunedì 30 Novembre 2020, 07:20 - Ultimo aggiornamento: 10:33

Quaranta anni fa. Era dicembre 1980 quando un ricercatore dell'Università della California, lavorando sui deficit del sistema immunitario, si mise a studiare il caso di un giovane paziente che soffriva di un raro caso di polmonite, la Pneumocystis Carinii. Si insospettì perché questa forma di infezione, allora, colpiva solo i neonati prematuri e le persone immunodepresse.
Seguirono, sempre negli Usa, molte altre diagnosi dello stesso tipo. Cresceva il numero dei malati e dei decessi. La macchina della ricerca, nei laboratori, si mise in moto: in meno di due anni si scoprì che il responsabile era un virus. Era l'Hiv, era l'Acquired Immunodeficiency Syndrome (Sindrome da immunodeficienza acquisita), l'Aids. Domani, 1 dicembre, sarà la Giornata mondiale dedicata alla malattia (Numero verde dell'Istituto di sanità: 800861061).

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«A giugno 1981 mi stavo specializzando in malattie infettive quando i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle malattie degli Stati Uniti pubblicarono sul loro bollettino la segnalazione che tra ottobre 1980 e maggio 1981 in tre diversi ospedali di Los Angeles erano stati osservati cinque giovani uomini, tutti omosessuali, con una polmonite da Pneumocystis Carinii. Iniziai a seguire l'evolversi della situazione, anche se la cosa veniva etichettata dai colleghi come la solita americanata». Racconta Giuseppe Ippolito oggi Direttore scientifico dell'Istituto Spallanzani a Roma.


Non venne subito capito l'allarme?
«In Italia la percezione del problema era scarsa se non assente. Ma non per chi, insieme a me, seguiva il fenomeno come Fernando Aiuti, Donato Greco, Giovanni Rezza, Giovanni Rossi, Mauro Moroni. Dal 1984 la malattia iniziò a crescere. Ed i reparti vennero occupati da pazienti giovani e gravi per i quali non c'erano trattamenti efficaci. Solo allora la politica ebbe percezione del problema che aveva sottovalutato nonostante le richieste di medici e associazioni dei pazienti».


Oggi, 40 anni dopo, i 2531 nuovi casi del 2019 la preoccupano?
«Fortunatamente siamo ben lontani dai dati di un tempo. Il numero di nuove infezioni da Hiv è due terzi di quello del 2012. Questo è motivo di soddisfazione. La diminuzione è stata maggiore negli ultimi due anni nonostante l'assenza di campagne di prevenzione».


L'infezione sembra essere sempre più giovane, vero?
«Le nuove diagnosi sono in maggioranza relative alla fascia di età 25-29 anni come mostrano i dati dell'Istituto superiore di sanità. C'è la percezione di una malattia che non è più mortale, che è curabile. Il tutto associato ad una crescente irresponsabilità dei giovani».


Una persona su tre si scopre malata molto più tardi di quando e stata contagiata, come mai?
«La percentuale delle persone che arrivano tardi alla diagnosi è più alta della media europea. La concentrazione dei casi in Lombardia, Toscana e Lazio».


La speranza nel vaccino sembra sfumata. Le cure, invece, permettono ai pazienti di convivere con la patologia. Giusto?
«L'infezione era una condanna a morte negli anni Ottanta.
Ma poi,a metà dei Novanta, sono arrivati i farmaci antiretrovirali che hanno cambiato la storia della malattia. Una delle più grandi scoperte nel trattamento delle patologie infettive. Questi farmaci hanno aperto la via ad altri antivirali, come quelli per l'epatite C».


È vero che se un paziente è ben curato non trasmette più il virus?
«Se il paziente segue scrupolosamente i trattamenti, rispettando anche i tempi di assunzione di essi si riesce a rendere nella quasi totalità dei casi il virus non identificabile nel sangue. E se il virus non è dosabile di norma non si trasmette».


Un appello ai giovani?
«Responsabilità e rispetto. Servono per tutte le malattie infettive, per l'Aids come per il Covid».

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