Ubi, la sfida delle banche a colpi di welfare aziendale

Letizia Moratti
di Marco Barbieri
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Giovedì 15 Marzo 2018, 12:57 - Ultimo aggiornamento: 6 Aprile, 16:22

Un anno fa Ubi Banca lanciava la sua divisione Ubi Welfare. Una sfida - raccolta e rilanciata da tutti i big del settore del credito, da IntesaSanpaolo a Unicredit - con l'obiettivo di integrare il rapporto tradizionale tra banca e impresa cliente, attraverso una filiera di nuovi servizi per i dipendenti delle aziende: "dall'assistenza sanitaria alla previdenza, dal rimborso delle spese per educazione e cura dei figli e della famiglia a beni e servizi per il tempo libero" come riassume Rossella Leidi, vice direttore generale e chief wealth and welfare officer di Ubi. In un anno sono 17mila le aziende raggiunte, attraverso accordi sottoscritti da Ubi Banca con le associazioni imprenditoriali territoriali e di categoria.
Il primo bilancio è stato tracciato in occasione della presentazione di "Welfare for People", il primo Rapporto sul welfare occupazionale e aziendale che Ubi Banca ha commissionato ad Adapt, la Fondazione di studi sul mercato del lavoro, voluta da Marco Biagi, oggi presieduta da Emmanuele Massagli e che ha Michele Tiraboschi come coordinatote scientifico. Offrire servizi e studiare: l'approccio di Ubi Banca è integrato. Lo sviluppo del nuovo welfare, come ha spiegato Letizia Moratti (nella foto), presidente del consiglio di gestione della banca, "supera le logiche paternalistiche del '900 industriale e della imprenditoria illuminata dell'800. Ma non può certo essere circoscritto e limitato dentro i rigidi confini aziendali. E' in atto un cambiamento di paradigma economico e anche sociale che trova nel nuovo welfare una pietra angolare".
​Il welfare aziendale è forse la dimensione più visibile e misurabile del nuovo welfare che si sta definendo nel Paese, non solo sulla spinta della crisi del tradizionale welfare pubblico, ma come "processo spontaneo di risposta degli attori del sistema di relazioni industriali, alle profonde trasformazioni del mondo del lavoro, causa e non conseguenza della crisi del nostro modello sociale e del welfare pubblico”.
​La ricerca Adapt-Ubi Banca si è soffermata sull'analisi di oltre 2000 contratti di secondo livello. Nel 18% (media nazionale: si passa dal 66% nel Nord al 4% nel Sud) dei casi si prevede la conversione del premio di risultato in servizi di welfare. Una spinta dovuta soprattutto, in questa fase, alle misure di defiscalizzazione e decontribuzione previste dalle ultime leggi di Bilancio. L'obiettivo della ricerca, come spiega Michele Tiraboschi, è quello di "offrire un quadro ampio e attendibile" su informazioni e casi concreti, "per orientare lavoratori e imprese" e per "contribuire a ricondurre in una logica di sistema le molteplici e variegate esperienze in atto, peer raccontare un welfare che non sia tanto e solo strumento di riduzione dei costi, ma una risposta alla trasformazione del lavoro".

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