Tu fai carriera e lui ti boicotta? Dubbi e paure vanno condivisi

Tu fai carriera e lui ti boicotta? Dubbi e paure vanno condivisi
di Michela Andreozzi
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Mercoledì 26 Ottobre 2022, 12:55 - Ultimo aggiornamento: 7 Novembre, 11:12

LA LETTERA

Cara Michela,

sono una mamma confusa e delusa. Devo andare in missione nello spazio oppure partire per dedicarmi alla ricerca che farà la storia per sentirmi meno in colpa? Non sono un’astronauta, non sono una scienziata e nemmeno una super top manager destinata a finire nell’elenco delle cento italiane di successo. Sono una donna normale, una mamma come tante, con qualche ambizione di carriera. Ma per poter fare quello scatto in avanti che mi consentirebbe di guadagnare di più e salire qualche gradino devo dare la mia disponibilità a trasferirmi all’estero, almeno per 18 mesi. Ne ho parlato con il mio compagno, la prima risposta è stata: ah! Un monosillabo stentato, senza nemmeno un sorriso. Semplicemente: ah! Non è che mi aspettassi un brindisi, un abbraccio, un complimento, un incoraggiamento, dai amore ce la faremo, vai tranquilla, sono felice per te. Ma nemmeno quella risposta gelida, non è che dopo il monosillabo sia andata meglio, anzi. Mi presento. Ho 39 anni, una figlia di sette, un compagno, vivo a Roma. Sono brand manager di una multinazionale di cosmetica. Mi è stata offerta la promozione a responsabile del marketing, un ruolo importante e molti soldi in più, a condizione che sia disposta a trasferirmi per 18 mesi a Parigi. Spostare la famiglia per un tempo così limitato non avrebbe senso e comunque il mio compagno non potrebbe lasciare Roma. Da quando gli ho comunicato l’intenzione di accettare la promozione mi rivolge la parola solo per instillarmi dubbi e farmi sentire in colpa: ma se sicura che riuscirai a stare tutto questo tempo lontano dalla bambina? ce la farai a venire a Roma ogni 15 giorni? e se dei dovesse soffrire troppo la tua mancanza? e se anche io dovrò assentarmi qualche giorno? Come se io a tutto questo non ci avessi pensato e non fossi rimasta sveglia per notti a tormentarmi con queste domande. Ma poi con tutta sincerità mi sono detta che sarebbe stata una rinuncia troppo grande per me. Alice e il mio compagno mi mancheranno da morire, e soffrirò la loro lontananza, farò di tutto per stare con loro il più possibile. Ma quanto mi costerebbe non provarci?  In un passaggio così delicato e importante, anche sofferto, mi addolora la silenziosa ostilità del mio compagno. Non si oppone apertamente, e sarebbe addirittura meglio, una dimostrazione di coraggio, ma mi boicotta. E soprattutto mi fa sentire in colpa. Mi sono anche chiesta: se fosse stato lui a dirmi mi trasferisco all’estero per lavoro, come avrei reagito? Avrei probabilmente sofferto all’idea di stargli lontana ma non l’avrei mai fatto sentire un padre di serie b. E invece lui sta tentando di fare proprio questo: farmi sentire meno mamma di prima. Vorrei tanto avere accanto il signor Cristoforetti. 

Elena 

LA RISPOSTA

Cara Elena,

mi piace la tua presentazione low profile ma, anche se non sei una astronauta, emerge dalle tue righe un profilo manageriale, mosso dalla comprensibile ambizione di fare un upgrading e questo ancora non è “normale” per molte donne, se non nel nostro Paese, in una vasta parte del mondo. Ma passiamo alla questione di genere, che mi poni come chiave di lettura di questa tua vicenda. Famiglia tradizionale, una figlia già in età scolare, due genitori entrambi lavoratori, lui stanziale, lei con possibilità di muoversi all’estero per brevi periodi: eventualità che, per l’appunto, accade. Lei accetta. Lui non mette in discussione la scelta ma non si entusiasma, diciamo che la prende benino ma non benissimo, si chiude in modalità passivo-aggressiva, è pieno di paure. Lo capisco, anche a me piace condividere piccoli e grandi successi con mio marito, ma se è mio diritto scegliere liberamente, è suo diritto reagire liberamente: manifestare dubbi, condividere paure, al netto della modalità discutibile. Sì, ti boicotta silenziosamente, ma non si è opposto: ti consiglio di prenderlo come un polemico assenso, anche se tu vorresti un supporto a 360, entusiasmo compreso. Forse non si tratta davvero di una questione di genere, quanto piuttosto di una vicenda familiare in cui, a un genitore (1 o 2 poco importa), all’improvviso si prospettano 18 mesi in solitaria con una bambina di 7 anni. Lo immagino alle prese con domande molto grandi: quanto cambieranno i nostri equilibri? Questa scelta impatterà sulla sua crescita? E sulla nostra relazione? Sarò in grado di avere cura di mia figlia? Viste da qui, mi sembrano domande dettate da una insicurezza comprensibile: forse è solo il caro vecchio problema di sentirsi inadeguati e soli di fronte a cose che siamo abituati a condividere. Fatta eccezione la modalità passivo-aggressiva, che probabilmente si esprime anche in altri ambiti, la reazione di tuo marito mi pare lecita. Ma se è vero che non siamo responsabili di quello che dicono gli altri, siamo responsabili di come interpretiamo le parole degli altri. Quelli più vicini a noi, quelli che amiamo, sono il nostro specchio più lucido: se qualcuno che ci sta accanto manifesta una inquietudine a proposito di una nostra scelta e fa risuonare la nostra inquietudine, allora vale la pena farsi delle domande e condividerle, a costo di lasciarle senza risposta. Mi scrivi che sei stata sveglia di notte a pensare a questo nuovo orizzonte famigliare per poi concludere che ti costerebbe troppo non provarci. Perfetto, hai dato ascolto ai tuoi desideri, ti sei data delle motivazioni. Prova a dare lo stesso ascolto ai dubbi del tuo compagno, che non significa in nessun modo di assecondarlo nelle tue scelte, ma di dare dignità alle sue paure. Parlagli delle tue. A volte, nel tentativo di rassicurare l’altro, facciamo peggio, e in certe situazioni è meglio lasciare aperte certe domande, condividere i dubbi per poi affrontarli insieme, giorno per giorno. Tu hai avuto modo di valutare i pro e i contro della proposta che ti è stata fatta e hai avuto tempo per maturare la tua rispettabilissima decisione, lascia che tuo marito abbia i suoi tempi e i sui modi. Insomma, se certamente puoi chiedere un democraticissimo supporto morale, non chiedergli anche di sentirsi come desideri tu. Certamente, a parti inverse, tu avresti reagito meglio: sei pur sempre parte di un genere abituato da millenni ad assecondare. Ma forse dentro avresti avuto le stesse inquietudini che, volente o nolente, ti sarebbero sfuggite in una qualche sfumatura. È sempre quello che abbiamo dentro a determinare la nostra forma. Indipendentemente dal genere a cui apparteniamo, astronaut* compresi. Dammi tue. 

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