L'amore che analizza e giudica, assolve o condanna non è vero amore

di Roberto Gervaso
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Mercoledì 27 Giugno 2018, 09:38

Per Abelardo Eloisa si sarebbe buttata nel fuoco eterno: «Non avrei esitato un attimo gli scrisse a precederti o a seguirti anche all'inferno, se tu me lo avessi ordinato. Dio mi è testimone. Il mio cuore non era più con me: era con te. E anche ora, più che mai, se non è lì con te, non è da nessuna parte. Senza di te non può stare, ma tu fai in modo, ti prego, che con te stia bene. E sai che starà bene se si troverà ben disposto, se gli darai amore in cambio dell'amore che ti porta, anche poco in cambio di tanto, di tantissimo, una parola di conforto in cambio di tante prove di affetto».

«Se tu fossi meno sicuro del mio amore - proseguiva Eloisa - forse ti preoccuperesti di più e saresti più sollecito. Ho fatto ogni cosa per garantirtene l'autenticità, di tutto quello che ho fatto per te, e pensa un po' a quel che mi devi».
L'amante che dà tutto se stesso non è sempre più generoso di chi lesina slanci e detta condizioni: è solo più coinvolto. Si butta perché non riesce a trattenersi, pur consapevole dei rischi che, specialmente all'inizio, una resa totale comporta.

L'amore è per definizione, ma anche per necessità, irrazionale e la sua forza è, al tempo stesso, la sua debolezza.
La sua forza perché un cuore che cresce e si espande non ammette condizionamenti, traccheggiamenti, arroccamenti. Il suo sviluppo è imprevedibile, anarchico, impetuoso.

La sua debolezza perché fa perdere l'autocontrollo, e se a un certo punto uno degli amanti, intiepidendosi o esaurendosi, riacquista il proprio, l'altro diventa prima un estraneo, poi un intruso, infine un nemico. Tanto più odiato quanto più restio a sciogliere un legame un tempo felice, divenuto poi insopportabile cappio, corona di spine.
Se l'incantesimo si spezzasse nello stesso istante per entrambi, nessuno dei due soffrirebbe, martoriandosi nel rimpianto di un'ebrezza perduta, nell'angoscia di un vuoto che nessuno, e nessuna, riuscirà più a colmare, di una solitudine profonda come un abisso e cupa come la notte, figlia di Gea e del Caos.
Ma l'incantesimo non si spezza mai, o quasi mai, nello stesso istante, mentre simultaneamente - altro insondabile arcano - può nascere, abbagliante e squassante come un colpo di fulmine.

L'appassionata Eloisa invitò dunque l'ormai svogliato Abelardo a non dimenticare quello (e fu tanto) che aveva fatto per lui, ammonendolo: «Pensa un po' a ciò che mi devi».
È lecita una simile pretesa? Che diritto abbiamo di esigere da chi ci ha preso il cuore di farlo sempre palpitare all'unisono col nostro, imprimendogli gli stessi battiti, lo stesso ritmo?
Eloisa s'era votata a Dio e al culto del suo Abelardo, ma questo non era sufficiente? Era meno rassegnante di quel che sembrava, o voleva fare apparire?

A sessantatré anni, nel 1142, l'ex maestro si congedò dal mondo. L'ex allieva, diventata badessa grazie alle virtù e a una condotta pia, se ne fece consegnare la salma che inumò nel proprio chiostro. Ventidue anni dopo, alla stessa età, anche lei chiuse gli occhi per sempre.
Fu davvero deposta come vuole la leggenda nella tomba di lui, accanto a lui? E il filosofo davvero le tese le braccia per accoglierla «chiudendole poi strettamente» su di lei? O fu piuttosto lei, la figlia del canonico, a offrirsi a lui per prendere l'estremo, eterno possesso di quell'unico corpo che aveva amato, di quell'unica anima per cui struggentemente aveva palpitato?

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