L’aumento della Tari per un servizio che non c’è

Venerdì 5 Giugno 2020 di Paolo Graldi
A colpo sicuro. Se volete accendere il furore dei romani, come un cerino, parlategli della Tari. Che è la tassa che serve a pagare la raccolta (si fa per dire) e lo smaltimento (manco a dirlo) dei rifiuti nella Capitale. Costa un botto, la Tari, e i risultati sono per lo più scandalosi. Basta un’occhiata ai cassonetti traboccanti, lasciati straripare sulle strade per argomentare questa rabbia incessante. Insomma, costa e non appaga. E si tira dietro la storia infinita delle discariche del tutto indisponibili e dei termovalorizzatori inesistenti riuscendo nell’impresa di mantenere il ciclo dello smaltimento dei rifiuti al primo posto delle inadempienze dell’amministrazione.

Adesso si scopre che questo rigoglioso servizio, per mano del suo amministratore unico, reclama un aumento del 5 per cento, circa 80 euro in più a famiglia e ciò al fine di racimolare 33 milioni necessari a coprire i costi del servizio. In tempo di blocco generalizzato di attività vitali, come quelle legate al turismo, la proposta di rincarare la vessatoria tassa è suonata come un ceffone alla città. Tanto che in Campidoglio, dove già s’avvertono i primi segnali di voglia di riconferma del sindaco, impresa tutta in salita per Virginia Raggi, l’idea di Ama crea imbarazzo, turbamenti e stizzose reazioni. Quei cassonetti traboccanti e una raccolta ciclicamente ingestibile producono nei cittadini una frustrazione indigeribile e si radica l’esigenza che ad ogni tassa debba corrispondere un adeguato servizio. E anche per l’Ama deve valere questa regola.
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