L’inutile duello sull’utilità delle mascherine

L inutile duello sull utilità delle mascherine
di Paolo Graldi
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Giovedì 21 Aprile 2022, 07:40 - Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 00:11

Fine delle mascherine obbligatorie? Pare di no. Chissà. Forse. La Cabina di regìa del governo, capitanata dal ministro della Salute Roberto Speranza, adesso che il comitato scientifico presieduto dal professor Franco Locatelli si è sciolto per esaurimento dell'agenda emergenziale e mancanza di progetti da trattare, dovrà decidere nelle prossime ore come gestire la spinosa questione. Si sa, salvo ripensamenti, che dal primo maggio del filtro antivirus si potrà farne a meno, anche al chiuso. Anche se poi la prudenza è diventata lentamente abitudine ben accetta da molti, anche all'aperto. Il primitivo fastidio con codazzi polemici sembra dissolto ed è un gran bene. Faranno comunque eccezione al via liberi tutti, forse, certi luoghi di lavoro e i mezzi pubblici, affollati e dunque rischiosi per definizione.


Quando si riscriverà l'intera storia della pandemia da Covid le mascherine avranno diritto a un capitolo importante e forse anche a più di uno. Ci abbiamo messo un po' all'inizio per capire quali e come usarle. Non ne avevamo e non sapevano fabbricarle avendole considerate inutili da tempo. Ci hanno soccorso i cinesi e subito qualcuno ha creduto di trasformare quei pezzetti di carta in un affarone multimilionario, magari con l'appoggio delle autorità plenipotenziarie, incaricate di farne incetta per rispondere all'espandersi incontrollato del temibile e sconosciuto virus. E' stato tutto un fiorire di iniziative, quasi tutte interessate al guadagno cash piuttosto che a fronteggiare i pericoli dilaganti. Di fronte a una imponente domanda, sostenuta da folate di messaggi catastrofici, anche la filiera di certi distributori ha annusato e percorso le strade della speculazione.
Si è creata una specie di montagna russa dei prezzi e si è al tempo stesso aperta a ventaglio la polemica degli esperti, cattedratici e non. Chi per la mascherina anche durante il riposo, chi quasi mai purché a distanza di sicurezza. Di quest'ultima soluzione s'era fatto interprete il capo della protezione civile dell'epoca. «Scusi, dottor Angelo Borrelli, ma perché lei non porta mai la mascherina che poi raccomanda a tutti?», gli fu chiesto durante una delle stentate e sofferte conferenze stampa. «Io sto a distanza di sicurezza e mi lavo le mani», rispose impavido il capo supremo del Dipartimento e con ciò, in punta di piedi, si guadagnò la via d'uscita in un sol colpo. Fabrizio Curcio ne ha preso il posto con eleganza e competenza. Resiste al suo posto da allora, quasi un record. Ma le rappresentazioni più clamorose sono venute dal mondo della scienza. E, incredibilmente, si ripropongono anche in questi giorni: il frontale tra chi dice di farne a meno e chi continua a raccomandarle resiste oltre ogni utilità. Quel ramo del sapere che s'interroga e risponde all'evidenza dei fatti sui vaccini e sulle mascherine e i suoi illustri rappresentanti hanno saputo dare il meglio di sé; accanto alla divulgazione ragionata e nutriente ecco prendere corpo, specie nei talk show, una litigiosità infinita, costante, perfino rabbiosa.
Si sono sfiorate le denunce per diffamazione, querele tra colleghi offuscati dall'esposizione televisiva e compulsiva che ne ha fatto, alla fine, più che degli autorevoli consiglieri nazionali sulla pandemia, degli arruffapopolo, pronti a scagliarsi con rabbia contro avversari e poi anche nemici delle proprie opinioni. Mascherina sempre e comunque, macché mascherina, serve a poco o a niente. Galli, Burioni, Bassetti, Viola, Pregliasco, Remuzzi, Garattini, Gismondo, Richeldi, Mantovani, Zangrillo, e parecchi altri sempre in servizio da telecamera accesa: tutti, con diversi approcci e credibilità, alcuni con notevole e riconosciuta autorevolezza anche internazionale, hanno tenuto acceso un dibattito che a tratti si è rivelato surreale e perfino asfissiante, trattandosi di polmoni a rischio. Tante parole e non tutte propriamente edificanti: nell'insieme hanno prodotto confusione e un'immagine della scienza e del dibattito che la nutre a tratti davvero imbarazzante.


Si dovrà trovare il tempo e il modo per rivedere e rileggere l'immensa mole di parole spese sulla pandemia dalle autorità preposte e autorizzate a fornirne alla pubblica opinione. Perché anche gli scienziati dovranno scoprire che la comunicazione, quella politica e quella scientifica in particolare sono fatte di una materia delicatissima, che va maneggiata con estrema cura perché può azzerare i suoi vantaggi e al contrario produrre gravi danni. Ci vorrà modestia e umiltà accanto all'indubbia competenza per compiere un'operazione di revisione completa della grammatica del comunicare in questi frangenti. Lo stesso schema riguarda l'operato del governo e delle autorità che ha messo alla guida delle diverse operazioni per uscire dalla pandemia. Anche qui tra conferenze stampa aperte alle dieci di sera o assenza totale di messaggi nel momento in cui appariva indispensabile fornirli ci si è barcamenati tra improvvisazioni inutili e assenze ingiustificate. Insomma, la materia va studiata e applicata senza recite a soggetto.
Ma noi siamo fatti così, c'è poco da sperare in meglio. Il protagonismo e l'ipertrofia dell'Io sono un virus a volte più invasivo e pericoloso dello stesso Covid. Adesso che siamo entrati nel periodo del giù la maschera, anzi la mascherina, non ci si azzuffi con la scoperta di quanto è bella, fresca e profumata l'aria di primavera.
 

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