Perdersi in un attimo nel fardello delle tenebre

Martedì 5 Marzo 2019 di Paolo Graldi
Una domenica di sole, tiepida, luminosa, nell'aria un profumo tenue di primavera. Gente, famiglie festanti, che si ritrovano al ristorante con lo sguardo sul Tevere, là dove svetta il Ponte della musica. Un uomo è seduto al tavolo con la compagna e un paio di amici: «Scusate, vado al bagno», dice. Tarda tanto a tornare: lo cercano. Come un grido di dolore le sirene della polizia fermano i gesti della festa. Quell'uomo si è lanciato dal parapetto e giace sul terrapieno, a riva, senza vita. Un passante ha dato l'allarme. Gli è scattata forse improvvisa, forse racchiusa nel segreto del sé, una molla di morte, pervasiva, indomabile.

Non importa qui indagare sulle ragioni private, privatissime, dell'atto. Quel che raggela è la determinazione di perdersi in un attimo, forzati dalla assurda calamita delle tenebre. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi, ammoniva Cesare Pavese. Francesco Lo Coco, 64 anni, se n'è andato in silenzio, quasi fuggendo via. La comunità scientifica resta incredula e sconvolta: il professore dalle poche parole era uno scienziato di levatura mondiale, scopritore di una terapia non chemioterapica per una rara forma di leucemia, la leucemia promielocitica. Un gigante della ricerca che parlava talmente poco da non rivelare a nessuno del prestigioso Premio Carreras, vinto per il suo contributo alla ricerca. La sua cattedra a Tor Vergata, il mondo della scienza, non resteranno orfani delle sue ricerche ma di certo mancherà il fascino discreto, di un sorriso che non appariva mai. Il professore viveva con la sua morte addosso. Un fardello insopportabile.
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