Se il problema dei cinghiali è un problema di buon senso

di Paolo Graldi
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Mercoledì 9 Novembre 2022, 00:25 - Ultimo aggiornamento: 01:52

Non è né gradevole e neanche gratificante sentire il bisogno di dedicare questo spazio al degrado romano nelle sue infinite declinazioni. E però ci sono fenomeni di usura progressiva della città che vanno segnalati: è necessario stimolare le autorità a muoversi nella giusta direzione con la necessaria determinazione. È vero: gli ostacoli ci sono, persino quelli tra il patetico e il ridicolo ma ugualmente dannosi e perniciosi. Gli ambientalisti d’accatto che fermano il traffico sulla tangenziale all’ora di punta in nome della lotta alla Co2 e da poco, freschi freschi, gli animalisti senza volto e senza paura che individuano le gabbie sistemate in zone a rischio per catturare i cinghiali e le scassano, magari liberando gli ungulati.

Ora se c’è una iniziativa lodevole è proprio questa. Senza spargimento di sangue come pretendeva qualcuno («trattateli a schioppettate») le gabbie attirano con esche opportune gli animali che poi vengono trasferiti, così almeno è stato assicurato, in riserve naturali che ne controllano il numero e sorvegliano sulla loro salute. La peste suina ha già imposto macellazioni tra gli allevamenti contagiati dalla tremenda malattia. Si calcola che le pattuglie di guastatori abbiano già macinato dodicimila euro di danni con le loro incursioni piratesche. Ma non è questo il danno più grave. Il danno, per tutti, è che il problema cinghiali resiste persino al buon senso e i coriacei cretini che lo alimentano appaiono inestinguibili.


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