I rapporti opachi tra la lobby dei camion bar e i funzionari

Giovedì 14 Febbraio 2019 di Paolo Graldi
Un dato s'impone su tutti nell'inchiesta sulla compravendita di licenze del commercio ambulante: nessuno si stupisce della scoperta di quegli intrecci sporchi tra funzionari comunali e personaggi, come i due fratelli Mario e Dino Tredicine, della ramificata e assai discussa famiglia.

Un po' come se tutto il marcio fosse alla luce del sole per consolidata tradizione e nessuno volesse accorgersene. Si può anzi dire che sta proprio in questo lo scandalo nello scandalo: nella sua prevedibilità, nello storico e opaco rapporto tra un aggressivo gruppo di commercianti che negli ultimi trent'anni, dalla calata del capostipite dal natio Abruzzo, costruendo abili scorciatoie e fitti rapporti di convenienza, ha saputo creare un autentico impero.

Un potere sui camion bar, sui chioschi di caldarroste, su altre vendite per strada, soprattutto nel centro storico più nobile, che nessuno è riuscito a contenere. Così si spiega anche il perché un altro dei Tredicine, pure lui con fascicoli giudiziari intestati, è riuscito a occupare uno scranno nella sala Giulio Cesare in Campidoglio. Sembra quasi che la città, nonostante i bellicosi proclami del sindaco, non riesca a liberarsi da una insopportabile, vischiosa e sudditanza. Sedici indagati plasmano una rete criminale, portatori di un virus che necessita di vaccini efficaci e tuttavia introvabili. Anzi: il vaccino ci sarebbe ma non si trova in commercio a Roma. Gli anticorpi delle buone intenzioni non bastano più.
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