Caccia ai cinghiali cura necessaria, ma cosa facciamo con i gabbiani?

Giovedì 20 Settembre 2018 di Paolo Graldi
Cinghiali in città, addio. O quasi. La Regione ha pronti all'azione cacciatori addestrati per battute mirate, obiettivo sfoltire l'orda di suini che spadroneggia a Roma Nord ma s'avventura paurosamente verso il Centro. Irresistibile l'attrazione dei cassonetti trasbordanti rifiuti. Tecnicamente si chiama «controllo, cattura, abbattimento dei capi di fauna selvatica in sovrannumero». Bene, perché costituivano un reale pericolo. Necessario uno stop, doloroso ma deciso. Troppi episodi di assalti alle persone. Ci si augura che la decisione (ma quando?) non si trasformi in una inutile mattanza a cielo aperto. Resta ragionevole l'idea di catturare i maschi, trattarli con la chimica e renderli sterili e confinarli in parchi chiusi. Al Campidoglio plaudono all'idea della battuta, scaricando le accuse di inerzia subìte sulla Regione.

Non sono di nostra competenza. Vero. Ma, a proposito di fauna indesiderata al Comune non viene certo meno l'impegno su altri fronti: topi, gabbiani e adesso anche colonie di pappagalli, tutti a vario titolo portatori di malattie ben inseriti in città dove trovano la generosa accoglienza dei rifiuti sparsi. Ovunque. I gabbiani, famelici ed arroganti padroni del cielo della Capitale, sono un brutto segno, mettono quasi paura.
In altre latitudini hanno fatto a meno, per ragioni di igiene, dei piccioni nelle piazze. Il paesaggio non ne ha sofferto. E lo stesso vale per i topi che s'allungano sulle strade comunicando il proprio agio alimentare. Se ne vedono dappertutto e si porta a casa una sorta di brivido di ribrezzo. Con i gabbiani restano patrimonio universale della città eterna?
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